Un anno di studi all’estero durante le scuole superiori rafforza i risultati degli studenti italiani, aumentandone competenze e prospettive di carriera. E’ quanto emerge dal sondaggio «Un anno all’estero… e dopo?», realizzato da Astudy international education, realtà italiana specializzata nell’orientamento e nell’organizzazione di esperienze di formazione scolastica internazionale, su 840 studenti delle scuole secondarie di secondo grado che hanno partecipato a programmi Exchange tra il 2016 e il 2025. Guardando al rendimento scolastico al rientro nel sistema italiano, più di otto studenti su 10 non subiscono alcun peggioramento. Anzi, oltre la metà degli studenti (51,7%) mantiene invariata la propria media, mentre il 30,2% la migliora. Solo il 18% registra una diminuzione, che sembra legata alla fase iniziale di riadattamento. A conferma dell’impatto positivo dell’esperienza anche nel lungo periodo, si spiega poi, ci sono i risultati alla Maturità. Sempre secondo il sondaggio, circa il 73% degli exchange students consegue una votazione superiore a 80/100, con punte di eccellenza (100 e 100 e lode) che superano il 22%. Oltre ai risultati scolastici, l’esperienza exchange durante l’adolescenza produce benefici più ampi, è l’assunto. L’81,5% degli intervistati considera le competenze trasversali acquisite con i soggiorni all’estero come chiave per la propria carriera professionale. Passando alle mete scelte dai ragazzi, gli Usa svettano ma cresce la varietà delle mete. Gli Stati Uniti sono infatti al primo posto con il 46,3% delle scelte, seguiti da Regno unito (12,8%), Canada (11,6%) e Irlanda (9,4%).
Accanto alle mete più tradizionali, ne emergono però altre: Australia (5,2%), Spagna (3,9%), Germania (3,7%), Francia (3,2%) e Paesi nordici (3,2%). In fase di crescita anche le scelte verso destinazioni meno convenzionali, come Nuova Zelanda o Costa Rica, che segnalano una propensione crescente alla mobilità anche in età pre-universitaria. Anche la durata conferma la natura immersiva dell’esperienza: il 62% degli studenti sceglie di trascorrere un intero anno scolastico all’estero, mentre il 34,2% opta per un semestre e solo il 3,9% per periodi più brevi. Che succede al rientro? Secondo la ricerca si tratta di una fase delicata, perché la maggior parte degli studenti deve affrontare un recupero didattico: il 40,8% dichiara di aver dovuto recuperare tra quattro e sei materie, il 35,4% tra uno e tre, mentre quasi uno su quattro (23,7%) oltre sei materie. Il report evidenzia come le modalità di reinserimento varino sensibilmente tra istituti e docenti. In alcuni casi il recupero è graduale e strutturato, in altri più concentrato e impegnativo. «Il riallineamento viene comunque percepito come una sfida gestibile, soprattutto quando accompagnato da indicazioni chiare e da un’organizzazione efficace», si evidenzia. A livello personale, molti studenti delle superiori lo descrivono come una fase di transizione emotiva e identitaria, in cui si torna nello stesso contesto ma con una maggiore maturità e consapevolezza. Nel complesso, circa l’80% degli studenti valuta il reinserimento in classe come positivo o in linea con le aspettative. Anche il rapporto con compagni e docenti viene generalmente recuperato senza particolari criticità, pur con alcune differenze legate al contesto scolastico.
Accanto alla tenuta scolastica emerge il dato sulle competenze linguistiche: quasi il 90% degli studenti, dopo l’esperienza durante il percorso liceale o tecnico, si colloca tra otto e 10 su 10 nella lingua utilizzata durante l’exchange. L’esperienza all’estero durante le scuole superiori incide poi sulle scelte successive. Le facoltà predilette sono quelle politico economiche (27,6%), seguite da linguistico-umanistiche (17,4%), medico-farmaceutiche (13,8%) e ingegneristiche (12,2%). Anche l’orizzonte geografico si amplia: se il 69% degli studenti sceglie di iscriversi all’università in Italia, oltre il 30% guarda all’estero, tra chi parte subito e chi pianifica esperienze future come Erasmus o master. I giovani sono convinti anche dell’importanza di aver imparato altro: oltre l’80% ritiene che le competenze trasversali sviluppate durante i soggiorni all’estero siano fondamentali per il proprio percorso professionale: nella sicurezza personale, nella capacità di comunicare, nell’adattabilità a contesti nuovi e nella gestione di responsabilità e carichi di lavoro. Per molti, l’impatto si rivela nel tempo. «Il dato sui voti è importante perché rassicura le famiglie, ma non l’unico – commenta Beate Lenzbauer, country manager di Astudy – Quello che vediamo è che l’anno all’estero non indirizza verso un percorso unico, ma rende i giovani più consapevoli e più liberi di scegliere: che decidano di restare in Italia o di guardare all’estero, lo fanno con una visione più ampia e con strumenti più solidi. Anche la lingua è un fattore chiave, ma non va letta solo come competenza tecnica: è ciò che permette di muoversi, studiare e lavorare in contesti internazionali con naturalezza».
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