Gli orti urbani di Roma, la resistenza verde alla fame di asfalto

Feb 20, 2020

Quasi duecento realtà sparse sul territorio. Oggi gli orti urbani sono un caso emblematico di movimento nato dal basso
di Agnese Sciotti

Da pratica simbolica di riappropriazione degli spazi pubblici abbandonati, a esempio virtuoso di autorganizzazione. Con quasi duecento realtà sparse sul territorio, gli orti urbani di Roma sono oggi un caso emblematico di movimento nato dal basso che ha saputo collettivizzare le risorse e resistere alle promesse disattese delle istituzioni In principio azioni isolate, per lo più simboliche e localizzate in piccole aree degradate, in meno di vent’anni i movimenti legati agli orti urbani hanno tracciato un cambiamento graduale nella gestione degli spazi verdi e sono stati in grado di evolversi, a loro volta, in forme più strutturate di associazionismo, sapendo rispondere a bisogni specifici dei territori di appartenenza. Oggi gli orti urbani rivestono, in molti casi, un ruolo di presidio territoriale ed assolvono a funzioni di considerevole valenza aggregativa, nonché di supporto ambientale ed inclusione sociale, laddove le istituzioni spesso trascurano o abdicano al loro ruolo. A differenza di molte città del nord Italia, dove le amministrazioni pubbliche affidano specifiche aree alla gestione di gruppi di cittadini, la rete degli orti urbani di Roma si è connotata fin dal principio come un movimento spontaneo, un «caos controllato» composto da diverse realtà della società civile che nel tempo hanno saputo autodefinirsi e autorganizzarsi, costituendo nel 2015 il forum degli orti urbani romani «Orti in comune».

È proprio in seno al forum che nasce la proposta di regolamento degli orti urbani, elaborata a partire dalle diverse esperienze di autoregolamentazione che già si applicavano spontaneamente nei vari orti urbani e presentata in sede di amministrazione capitolina. A distanza di circa quattro anni dalla delibera di approvazione di un regolamento carente e mai varato, le amministrazioni che si sono succedute, indipendentemente dagli orientamenti politici e dalle promesse elettorali, hanno promosso interventi volti a scoraggiare, se non ostacolare, le nuove forme di agricivismo, salvo poi accaparrarsi finanziamenti europei volti ad esportare all’estero le buone pratiche degli orti urbani, promuovendo modelli di rigenerazione ed inclusione sociale, mai supportati internamente.

Il territorio di Roma è da sempre lo scenario di un conflitto quotidiano, spesso ambiguo, tra istituzioni e poteri forti, dove in gioco c’è l’appropriazione degli spazi ancora liberi. Su questi litiganti imponenti, però, ancora riesce ad affermarsi l’ostinata, coraggiosa presenza degli orti urbani che negli anni hanno saputo strappare il terreno dal rischio di cemento, palazzi e discariche abusive. In controtendenza con i dati regionali e nazionali, a dispetto degli interessi neoliberisti, l’ultimo censimento Istat sull’agricoltura afferma che tra il 2000 ed il 2010, Roma è passata da 51.729 ettari di superficie agricola totale a 59.959,63 ettari, con un incremento del 12 per cento che ha reso Roma Capitale il più grande comune agricolo di Europa ed il simbolo di una cittadinanza verde che, a dispetto di ostacoli quotidiani grandi e piccoli, vuole esistere e resistere.

 

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