L’indagine State of Ransomware 2025 di CrowdStrike rivela che il 76 per cento delle aziende a livello globale fatica a tenere il passo con la velocità e la complessità degli attacchi potenziati dall’intelligenza artificiale. Con l’89% degli intervistati che considera una protezione basata su IA essenziale per colmare il divario, i risultati indicano con chiarezza che il futuro della prevenzione delle violazioni dipenderà da chi saprà sfruttare il vantaggio nell’uso dell’IA: avversari o difensori. «Dallo sviluppo di malware all’ingegneria sociale, gli avversari stanno utilizzando l’IA per accelerare ogni fase degli attacchi, riducendo drasticamente il tempo di reazione dei difensori – ha dichiarato Elia Zaitsev, cto di CrowdStrike – L’indagine State of Ransomware 2025 di CrowdStrike conferma che le difese tradizionali non possono competere con la velocità o la complessità degli attacchi guidati su IA. Il tempo è la valuta della cyberdifesa di oggi e, nell’attuale scenario delle minacce dominato dall’IA, ogni secondo conta».
Quesi i principali risultati del rapporto State of Ransomware 2025: Le difese tradizionali non tengono il passo: il 48% delle aziende intervistate indica le catene d’attacco automatizzate dall’IA come la minaccia ransomware più critica oggi, mentre l’85% ritiene che I metodi tradizionali di rilevamento stiano diventando obsoleti di fronte agli attacchi potenziati dall’IA. La velocità determina l’esito della sicurezza: quasi il 50% delle organizzazioni teme di non riuscire a rilevare o rispondere con la stessa rapidità con cui agiscono gli attacchi basati su IA; meno di un quarto riesce a ripristinare le operazioni entro 24 ore e circa il 25% subisce gravi interruzioni o perdite di dati. L’ingegneria sociale evolve con l’IA: il phishing resta uno dei principali vettori di attacco: l’87% degli intervistati che afferma che l’IA rende gli inganni e gli adescamenti più convincenti e i deepfake emergono come un fattore trainante dei futuri attacchi ransomware. Pagare il riscatto favorisce nuovi attacchi: tra le aziende che hanno pagato un riscatto, l’83% è stato nuovamente colpito il 93% ha subito comunque un furto di dati. Il divario nella leadership: il 76% degli intervistati segnala un disallineamento tra la percezione del livello di preparazione al rischio ransomware da parte dei vertici aziendali e la preparazione effettiva, evidenziando l’urgenza di un coinvolgimento del Consiglio di amministrazione per la modernizzazione delle difese.
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