Inattivi in Italia: sono oltre cinque milioni

Ott 26, 2021

Dati e numeri emergono dal rapporto «Le isole dei 5,3 milioni di giovani inattivi» del centro di ricerca Randstad Research
di Redazione

Inattivi In un Paese sempre più anziano, con un’età mediana di 45,6 anni nel 2020 e destinata a raggiungere i 50 anni entro il 2060, c’è un grande potenziale per la sostenibilità dell’Italia: 5,3 milioni di giovani fra 15 e 29 anni inattivi, di cui il 42 per cento residente al Sud, pari al 13,8 per cento della popolazione in età lavorativa (15-64 anni). Un arcipelago variegato, che comprende giovani inattivi per un giustificato motivo perché studenti (4,2 milioni, statisticamente inattivi perché inoccupati o non a alla ricerca di un lavoro) e invalidi (158mila), il record europeo di neet, persone che non studiano e non lavorano (1,1 milioni inattivi in senso stretto, a cui si aggiungono circa 800mila disoccupati), e troppi occupati con contratti precari o che lavorano poche ore alla settimana. Un potenziale da riattivare urgentemente attraverso politiche attive per i neet, un Piano Marshall per la formazione post-secondaria e investimenti in ricerca e sviluppo. E’ quanto emerge da «Le isole dei 5,3 milioni di giovani inattivi», il nuovo rapporto di Randstad Research, il centro di ricerca sul futuro del lavoro promosso da Randstad, che ha tracciato un profilo dei giovani inattivi, analizzandone le cause e immaginando il futuro possibile.

Isole diverse tra loro ma accomunate dalla scarsa o nulla integrazione con il mercato del lavoro e, in generale, da competenze carenti o diverse da quelle richieste dal mondo lavorativo nella società della conoscenza, come quelle digitali, che un giovane su tre non ha sviluppato nemmeno a livello base, anche fra i cosiddetti nativi digitali. Un problema storico che nasce durante gli anni delle scuole: il 13,1% dei ragazzi fra 18 e 24 anni ha interrotto prematuramente gli studi e soltanto il 37% degli studenti si iscrive a percorsi di istruzione-formazione post-secondari. E prosegue quando dopo la scuola ci si affaccia al mondo del lavoro: il 22,2% dei giovani sono neet scoraggiati che non lavorano e non cercano impiego, contro il 12,5% della media europea, addirittura il 52,8% fra i 16-24enni.  «Il ricambio generazionale – spiega Daniele Fano, coordinatore del comitato scientifico Randstad Research – è fondamentale per garantire la competitività del mercato del lavoro e la sostenibilità del sistema pensionistico, ma in Italia sono troppi i giovani che per ragioni diverse non lavorano o non sono attivi quanto potrebbero, e siamo ancora ben lontani dalle medie europee per quanto riguarda la dispersione scolastica, il numero di neet e la partecipazione a percorsi di formazione terziaria. Il Pnrr offre risorse per affrontare un problema storico in Italia, ma sarà necessario fare di più e creare un volano di investimenti per costruire un sistema formativo e lavorativo capace di includere i giovani. Per valorizzarne il potenziale serviranno iniziative per combattere l’abbandono scolastico, incentivare l’apprendistato, soprattutto potenziare tutto il sistema formativo post secondario puntando su its, università e lauree professionalizzanti, favorire l’accesso qualificato al lavoro con le politiche attive, rilanciare i programmi europei di recupero dei neet e sviluppare poli di ricerca e di attività di eccellenza, anche per offrire in Italia tutte le opportunità che oggi moltissimi cercano all’estero». Dei 5,3 milioni di 15-29enni inattivi, oltre 2,2 milioni sono residenti al Sud e Isole (il 42% del totale), pari al 16,6% dei residenti in età da lavoro (15-64 anni). La seconda area del paese con la maggiore concentrazione di inattivi è il Nord Ovest con quasi 1,250 milioni (il 23,5%) e un’incidenza del 12,3% sulla popolazione attiva locale, seguita dal Centro (meno di 990mila, il 13% degli attivi) e dal Nord Est (quasi 840mila, l’11,4% degli attivi).

Oltre un quarto degli studenti italiani entra nell’età lavorativa con forti insufficienze in comprensione della matematica come mostrano i test Pisa. Siamo poi la Cenerentola dell’Europa per quanto riguarda la percentuale di giovani che seguono percorsi di istruzione post-secondari. Secondo l’Istat solo il 48% dei giovani tra i 15 e i 29 anni studia, ancora meno nel Nord Est (45,8%), mentre è il Centro l’area con la più alta percentuale di studenti (51,3%). Il 13,1% dei 18-24enni ha abbandonato prematuramente gli studi, con punte del 16,6% nel Mezzogiorno, mentre il Nord Est è l’area dove il fenomeno assume dimensioni minori (9,9%). Un problema che coinvolge in particolare i ragazzi, il 15,6% a livello nazionale contro il 10,4% delle ragazze, soprattutto se residenti nelle regioni meridionali, dove il 19,1% ha abbandonato la scuola contro il 13,2% delle ragazze. La forbice si allarga ulteriormente se si confrontano i giovani di nazionalità italiana, fra cui la percentuale di abbandono si attesta all’11%, e quelli di nazionalità straniera, fra i quali sale al 35,4%. Oltre un terzo dei giovani stranieri interrompe gli studi, ben uno su due nel Mezzogiorno. Cifre paragonabili a quelle degli studenti disabili, che secondo la Commissione Europea nel 2019 presentavano un tasso di abbandono scolastico pari al 30%. Sono circa due milioni i neet italiani, fra scoraggiati che non studiano, non lavorano e non si stanno formando (1,1 milioni) e disoccupati (oltre 800mila giovani, che l’Istat include nei neet), pari al 22,2% dei 15-29 anni italiani e al terzultimo posto fra i paesi Eurostat, davanti alle sole Turchia (29%) e Macedonia del Nord (24%) e molto lontani sia dalla media UE (12,5%) sia dalla vetta occupata dai Paesi Bassi (5%). La situazione peggiora ulteriormente se si esamina la sola fascia dei 15-24enni, dove i neet sono ben il 52,8% del totale. La maggior parte dei giovani scoraggiati si trova nel Sud e Isole (56,7%), mentre il dato più basso è nel Nord Est (10,8%). Una condizione che colpisce soprattutto le ragazze, neet nel 54,7% dei casi nel Mezzogiorno e nel 66,5% nel Nord Est, e i giovani nati all’estero, oltre un terzo dei quali si trova fuori dal mercato del lavoro (35,24%, contro il 21,96% dei giovani di nazionalità italiana).

L’Italia è agli ultimi posti fra i paesi Ocse per percentuale di spesa nell’istruzione terziaria in rapporto al pil: appena lo 0,58% del pil nel 2018, contro una media Ocse dello 0,99%. Un investimento più ingente della spesa pubblica nella formazione sarebbe un segnale importante di impegno per il futuro dei giovani. Il Pnrr ha già individuato nel potenziamento degli its – istituti post diploma che formano tecnici superiori negli ambiti più richiesti dalle imprese con un tasso di occupazione a un anno dal titolo pari al 92% – uno degli obiettivi da perseguire. Oltre a incrementare il numero di iscritti e diplomati, migliorare i laboratori 4.0 e la formazione dei docenti, sarà importante incentivare il dialogo con le università e premiare percorsi virtuosi come il doppio titolo di studio, potenziare le infrastrutture degli its e dotarli di sedi autonome per aumentarne la riconoscibilità, promuoverne la diffusione e collaborazione fra le regioni e stimolarne l’evoluzione in centri di ricerca applicata per lo sviluppo dell’area tecnologica di riferimento, in collaborazione con imprese e istituzioni. Un altro fronte su cui intervenire per colmare il gap di competenze dei giovani sono le lauree professionalizzanti, lauree indirizzate a formare profili richiesti dal mercato, che potrebbero essere un’opportunità per i diplomati degli istituti tecnici. Fondamentale sarà armonizzare l’offerta con quella degli its e attivare tirocini e collaborazioni con le imprese.

Sul fronte dei neet, occorre cogliere con decisione l’opportunità rappresentata dal programma Garanzia Giovani 2, la versione rafforzatza del programma lanciato nel 2013, che ha l’obiettivo di garantire che tutti i giovani under 30 ricevano un’offerta lavorativa o formativa entro quattro mesi dal termine degli studi o dall’inizio del periodo di disoccupazione. Non da ultimo, forti investimenti in attività di ricerca di base e applicata possono valorizzare i nostri migliori cervelli e assicurare un futuro all’Italia in un mondo di grandi trasformazioni.

 

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