Shecession: in tempi di pandemia la recessione è donna

Ago 19, 2021

Sono state le vittime economiche del virus. Il rapporto Inapp parla chiaro: rispetto al 2019 si contano 444mila persone occupate in meno, di cui 312mila donne, corrispondente a un calo del 3,6 per cento
di Gia. Na.

ShecessionNegli Stati Uniti ha preso il nome di «Shecession», ossia la recessione che colpisce le donne molto più degli uomini, a confronto con la crisi del 2008 denominata «Mancession», che ha colpito i lavori nei settori a prevalenza maschile. Questa volta sono state le donne le principali vittime dello sconvolgimento economico e sociale causato dagli effetti globali del virus.

«Un fenomeno di livello mondiale – si legge nel rapporto dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp) – che ha determinato il calo del 4 per cento della forza lavoro femminile a livello Ocse e un impatto negativo sui salari dell’8,1 per cento per le donne contro il 5,4per cento degli uomini». L’Inapp fotografa – per la prima volta – la «shecession» italiana: a dicembre 2020, le donne occupate sono state 9 milioni e 530mila e gli uomini 13 milioni e 330mila. Rispetto all’anno precedente si contano 444mila persone occupate in meno, di cui 312mila al femminile, corrispondente a un calo del 3,6%, mentre al maschile il calo è stato del 2%. Per quanto riguarda la tipologia di lavoro, le donne occupate sono diminuite del 2,6 % nel lavoro dipendente (contro l’1,9% degli uomini) e dell’8,3% nel lavoro indipendente (contro il corrispondente -2,5% maschile). Tra i fattori che hanno incrementato la shecession nel nostro paese, il rapporto cita la composizione settoriale dell’occupazione, per cui le donne lavorano, più degli uomini, nei settori e nei servizi oggetto a lungo di misure restrittive e di chiusure disposte nel rispetto del distanziamento sociale e che attualmente faticano a riprendersi; il mancato rinnovo dei contratti a termine, in cui le donne sono da sempre presenti in proporzione maggiore, che ha riguardato il 16,2% delle donne contro il -12,4% degli uomini; la riduzione di nuovi rapporti di lavoro che è stata nel 2020 molto più marcata per le donne (-1.975.042) che per gli uomini (-1.486.079) in quasi tutte le tipologie contrattuali (nel tempo determinato -52% donne e -48% uomini; nell’apprendistato -51% donne e -47% uomini; nel lavoro stagionale -34% donne e -31% uomini).

Fattore incisivo sulla partecipazione femminile complessiva è stato anche il crescente onere di cura su anziani e minori (aggravato dall’emergenza sanitaria e dalla didattica a distanza) che ha rafforzato l’etichetta per le donne over 40 di sandwich generation. «Ora serve un nuovo impegno che favorisca una modifica di queste quote e metta seriamente al centro dell’agenda politica la questione dell’innalzamento del tasso di occupazione femminile – ha detto Sebastiano Fadda, presidente dell’Inapp – da più di 30 anni al di sotto del 48%. In particolare sono due le direzioni da intraprendere: primo, invertire l’ottica con cui guardare il fenomeno. Non esiste una misura risolutiva ma serve una strategia di policy mix che integri domanda e offerta di lavoro, nel breve e nel lungo periodo, per affrontare la complessità delle determinanti della bassa occupazione femminile. Sinora sono state prevalenti misure di breve periodo, (come trasferimenti monetari, bonus, voucher, assegni, ma anche incentivi fiscali e decontribuzioni), orientate ad affrontare le manifestazioni del fenomeno piuttosto che le sue cause, mentre minore attenzione è stata dedicata a elaborare strategie di lungo periodo capaci di incidere sulle cause strutturali all’origine del fenomeno, cause a volte nascosta sotto un’apparente profilo di neutralità di genere delle dinamiche economiche e sociali. Secondo, non perdere l’occasione del Pnrr. La clausola di condizionalità, recepita dal Decreto sostegni, che richiede il 30% di giovani under 36 e di donne sul complesso delle nuove assunzioni sui progetti del Pnrr, può rappresentare una chance per uscire dalla shecession».

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