Scuole e ambienti chiusi. Come anticipare il Covid?

Nov 10, 2020

Non si può inseguire il virus. Bisogna anticiparlo. Per gli ambienti indoor è necessario usare al meglio le teconologie. Le proposte delle realtà scientifiche italiane
di Maria Parrelli

scuole e ambienti chiusi«Non è possibile inseguire il virus ma dobbiamo anticipare e contenere l’evolversi dell’epidemia. Altrimenti l’unica cosa che possiamo fare è adottare misure da ultima spiaggia, come le varie chiusure che si susseguono in queste settimane. I virus sono geneticamente programmati per diffondersi e non possiamo pensare di inseguirli alla meglio come stiamo facendo: è una battaglia persa in partenza». Il professore Alessandro Miani, Presidente della Società italiana di medicina ambientale (Sima), non ha dubbi. E indica anche la possibile strada da seguire: «Si tratta di adottare un approccio scientifico, attraverso progetti pilota, in un momento di grande confusione. Provare sul campo se l’adozione di alcune strategie o tecnologie sono più o meno efficaci di altre è l’unico modo per orientare le scelte dei decisori». Arriva da Milano – emblema dell’Italia ricaduta nelle restrizioni per fronteggiare la pandemia – la proposta congiunta di quattro realtà scientifiche – Società Italiana di Sanità Pubblica e Digitale, Società Italiana di Medicina Ambientale, Cattedra Unesco per l’Educazione alla Salute e Sviluppo Sostenibile e Istituto Scientifico Biomedico Euro Mediterraneo – ai Presidenti di Regione, perchè attivino una serie di esperienze pilota nelle scuole per testare l’efficacia di possibili misure preventive in alcuni comuni o province, al fine di estenderle a livello regionale in caso si rivelino utili a contenere la diffusione del Covid-19.

«La prima proposta concreta che rivolgiamo alle Regioni in cui la ripresa o il proseguimento delle attività scolastiche in presenza nelle scuole primarie e medie prevede l’obbligo di mascherina è quella di ridurre a 45 minuti ciascuna ora di lezione, perchè è impensabile che bambini o ragazzi possano affrontare in questo modo l’intero orario della giornata – dichiara la professoressa Maria Triassi, Ordinario di Igiene e Sanità Pubblica all’Università di Napoli Federico II e Presidente della Società italiana di sanità pubblica e digitale (Sisped) – La riduzione a 45 minuti è l’unica misura a costo zero oggi a disposizione immediata dei presidi nell’ambito dell’autonomia scolastica, in accordo con gli uffici scolastici regionali e provinciali, visto lo stato emergenziale». «Abbiamo imboccato strade sbagliate perchè ci troviamo di fronte a un nuovo virus di cui conosciamo poco, ma potremmo ancora riuscire a contenere l’epidemia – aggiungono il professor Miani e Alessandro Distante, predidnte Isbem –  Come fare? Un punto di partenza per le scuole è avviare al più presto progetti pilota per attrezzare le aule con le migliori tecnologie disponibili e certificate per l’abbattimento o l’azzeramento della carica virale negli ambienti chiusi. Queste tecnologie potrebbero essere utili anche a garantire la futura riapertura in sicurezza di ristoranti, bar, uffici e palestre perchè il vero nodo del problema è la qualità dell’aria con la possibilità di concentrazione del virus in presenza di portatori asintomatici».

«Per non limitarsi a subire passivamente l’impatto dell’epidemia – continua Miani – bisogna mettere in campo strategie pro-attive nei comparti lavorativi più esposti al contatto interpersonale, avviando anche in questo caso delle esperienze pilota, a partire dal personale sanitario o di Rsa, agenti di commercio, esercizi e uffici aperti al pubblico, con l’esecuzione e la ripetizione dei test rapidi più affidabili a nostra disposizione, che ad oggi sembrano essere i tamponi antigenici, senza escludere le potenzialità dei più maneggevoli test salivari, al fine di recuperare in rapidità quel che si perde in specificità. Nel comparto scuola questa attività cadenzata di test rapidi dovrebbe riguardare tutto il personale docente e non docente ma anche gli studenti o continueremo a chiudere intere classi o plessi scolastici. Idealmente, ogni 15 giorni tutti i docenti e gli studenti dovrebbero essere ritestati. Tutto ciò deve essere fatto subito mobilitando il personale sanitario a qualunque titolo impiegato nei distretti sanitari delle Asl, anche con l’aiuto della sanità militare e il volontariato sociale del settore. Per quanto riguarda diagnosi e tracciamento, sarebbe necessario liberalizzare l’accesso in farmacia e nei laboratori ai test diagnostici rapidi, collegandoli con piattaforme digitali sanitarie ufficiali». «All’attività di testing – sottolinea Triassi – va data una forte impronta di digitalizzazione potenziando il tracciamento sul territorio, recuperando tutte le risorse umane in servizio nella sanità pubblica, non solamente quelle ospedaliere ma anche gli operatori dei distretti socio-sanitari e delle articolazioni più periferiche del Sistema sanitario nazionale, aggiungendo, se necessario, personale infermieristico impegnato a contattare quotidianamente i pazienti domiciliati e a seguirne la terapia. Dal settore privato potrebbe arrivare un grande contributo anche per affrontare il problema del sovraffollamento dei trasporti pubblici, mobilitando dalle autorimesse in cui sono fermi i circa 23mila autobus da noleggio (secondo il censimento Anav)».

Sul tema scuola interviene anche la professoressa Annamaria Colao, titolare della Cattedra Unesco per l’Educazione alla salute e sviluppo sostenibile. «Nel mese di luglio, in concomitanza con l’approvazione del documento ministeriale sulle scuole promotrici di salute – dice Colao – abbiamo affrontato il problema della qualità dell’aria pubblicando specifiche raccomandazioni in 15 punti su riviste scientifiche internazionali. Le scuole vanno riaperte per garantire a tutti il diritto all’istruzione, alla cultura e quindi alla salute, tutti in stretta correlazione. E per farlo bisogna programmare da subito in maniera dettagliata come affrontare i veri nodi della sicurezza degli studenti e dei docenti – che ad oggi non sono realmente garantiti o affrontati al meglio delle possibilità. Solo l’avvio di esperienze pilota sul campo potranno aiutare i decisori a prendere a livello locale, differenziandole per aree, le scelte più equilibrate e fondate unicamente sui dati epidemiologici, la disponibilità tecnologica e l’evidenza scientifica».

 

 

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