«Costruire insieme il futuro della Tuscia»

Lug 24, 2020

La Fase tre nell'alto Lazio. L'intervista a Giancarlo Turchetti, Segretario generale della Uil di Viterbo: «Servono risorse pubbliche e progetti innovativi per far ripartire la provincia. In questo territorio non si investe più da cinquant'anni»
di Alfonso Vannaroni

Agricoltura, infrastrutture e turismo. Su questi settori dovrebbero concentrarsi gli sforzi e gli investimenti per la fase tre della Tuscia. Ne sono convinti i sindacati, che nei giorni scorsi hanno presentato la «Piattaforma per il rilancio del territorio dell’alto Lazio». Non solo. «Per il polo della ceramica di Civita Castellana e per il settore della lavorazione del pellame di Valentano, chiediamo l’istituzione di aree industriali di crisi complessa», spiega Giancarlo Turchetti, Segretario generale della Uil di Viterbo. Ma sono tanti i tasselli del puzzle che i sindacati di Viterbo vogliono incastrare, perché convinti che  possano creare nuove opportunità di sviluppo per la provincia. E così rilanciarla dopo l’emergenza sanitaria. La piattaforma programmatica è un documento aperto al contributo di tutti. «Serve una condivisione ampia e una visione di futuro per far ripartire il motore di questo territorio che non vede investimenti da quasi cinquant’anni».

Mettiamo ordine tra le tessere del puzzle. Proviamo a farle coincidere procedendo per ordine alfabetico: A come agricoltura: «Sostenere e promuovere le produzioni locali, mantenere la biodiversità vegetale – anche grazie al supporto della facoltà di agraria dell’Università di Viterbo – valorizzare il capitale umano e sociale degli agricoltori è una scelta strategica perché in grado di creare lavoro e occupazione per le nuove generazioni. E’ chiaro a questo sforzo deve seguire la creazione di filiere di qualità affinché i prodotti locali diventino competitivi sul mercato regionale e non solo».

I come infrastrutture. «E’ un bisogno disperato. Va cercata una soluzione per completare al più presto la superstrada tra Orte e Civitavecchia, un corridoio necessario per la mobilità tra il mar Tirreno e il mar Adriatico, fondamentale anche per unire il porto di Civitavecchia e l’autostrada. E’ poi necessario il raddoppio della ferrovia tra Roma e Viterbo. C’è da ottimizzare l’interporto di Orte e da riattivare la ferrovia Civitavecchia Capranica, che potrebbe essere utilizzata sia per fini commerciali che turistici. Intervenire sulle infrastrutture, migliorare la rete del trasporto pubblico, riorganizzare anche quelle logistiche partendo dal rilancio del porto di Civitavecchia, sarà un fattore decisivo per lo sviluppo futuro della nostra provincia».

C’è poi il turismo. «Un settore con enormi potenzialità. Lo immaginiamo ecosostenibile, in armonia con l’ambiente e con le comunità locali. Nella Tuscia ci sono luoghi incantevoli come il palazzo Papale di Viterbo con il relativo quartiere medievale più grande d’Europa. Ci sono le tombe etrusche di Tarquinia, c’è il borgo di Civita di Bagnoreggio, il parco archeologico di Vulci. Abbiamo un tratto di costa marina, due laghi a Bolsena e Vico. Trascurare queste ricchezze è stato un errore del passato, perseverare sarebbe imperdonabile. Ripensare profondamente l’offerta turistica dell’intero territorio può farla diventare una componente trainante per l’economia locale».

La fase tre è delineata. I mesi dell’emergenza sanitaria e del lockdown hanno però lacerato il tessuto socio economico della provincia. Come muoversi nell’immediato? «E’ presto per quantificare le ricadute economico e sociali della pandemia. Certo è che il Covid si è abbattuto su un territorio già provato dalla crisi economica degli anni scorsi. È per questo che nella piattaforma abbiamo chiesto di inserire il distretto della ceramica di Civitacastellana e quello della lavorazione del pellame di Valentano tra le aree di crisi industriale complessa. Lo scostamento di bilancio appena approvato dal governo aiuterà le donne e gli uomini in cassa integrazione per altre otto settimane, ci saranno le prime risorse per gli enti locali e per i settori più colpiti dal lockdown. Ma è chiaro che con i soldi del Recovery Fund serviranno progetti innovativi, sarà necessario creare una nuova politica industriale e di sviluppo. Servirà focalizzare l’attenzione sui temi del lavoro, della crescita economica e della riduzione delle disuguaglianze sociali. Il territorio chiede risorse per rinascere, ne chiede tante perché da queste parti non se ne vedono da quasi cinquant’anni».

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