La vitamina D potrebbe cooperare nella risposta al Covid-19

Lug 23, 2020

Al momento dell'infezione con Sars-CoV-2, adeguati livelli di vitamina D potrebbero favorire l’azione protettiva e rafforzare l'immunità antivirale innata
di Gia. Na.
Vitamina d effetto protettivoAdeguati livelli di vitamina D al momento dell’infezione con Sars-CoV-2 potrebbero favorire l’azione protettiva dell’interferone di tipo I – uno dei più potenti mediatori della risposta antivirale dell’organismo – e rafforzare l’immunità antivirale innata. E’ l’ipotesi proposta da Maria Cristina Gauzzi e Laura Fantuzzi del Centro Nazionale per la Salute Globale dell’Istituto superiore di sanità nella lettera pubblicata questo mese sull’American Journal Physiology, nell’ambito della corrispondenza scientifica iniziata ad aprile sulla stessa rivista da Hrvoje Jakovac dell’Università di Rijeka (Croazia), con una lettera dal titolo «Covid-19 and vitamin D-Is there a link and an opportunity for intervention»? (Covid-19 e vitamina D – esiste un legame ed una opportunità di intervento?)

 

«La nostra ipotesi – spiega Maria Cristina Gauzzi – si basa su dati della letteratura che dimostrano come la vitamina D, oltre ad avere un effetto antivirale diretto nei confronti di alcuni virus, possa cooperare con l’interferone di tipo I per potenziare le risposte antivirali». Questo fenomeno – si osserva nella lettera – è stato descritto nell’infezione con il virus dell’epatite C e con rinovirus. Inoltre, evidenze a supporto di un effetto additivo della vitamina D e dell’interferone di tipo I nell’induzione di geni ad attività antivirale provengono anche da studi condotti in pazienti affetti da sclerosi multipla.

«Nelle fasi più avanzate del Covid-19 l’attività immunomodulatoria della vitamina D potrebbe invece contribuire a ridurre il danno legato all’iperinfiammazione nei pazienti con forme severe di malattia. L’interazione tra vitamina D e interferone di tipo I – concludono le due ricercatrici – è ancora poco studiata ma potrebbe rivelarsi di grande importanza, anche in considerazione del fatto che dati recenti della letteratura indicano che le complicanze dell’infezione da Sars-CoV-2 possono essere conseguenti ad una produzione insufficiente o ritardata di interferone nella primissima fase dell’infezione».

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