Depressione prima causa di disabilità. Oltre tre milioni di italiani ne soffrono

di Nico Luzzaro

La depressione è la prima causa di disabilità nel mondo e riguarda circa 3 milioni di italiani, di cui quasi un milione di persone soffre della forma più grave, la depressione maggiore. Considerando solo il Lazio, dai dati Istat si stima che circa 112 mila cittadini soffrano di depressione maggiore. Di questi circa 11 mila non rispondono ai trattamenti, secondo la rielaborazione su base regionale dei dati dello studio epidemiologico italiano Dory, volto a identificare, attraverso un’analisi di database amministrativi, i pazienti affetti da depressione resistente. Per questo ha preso il via in questi giorni “Uscire dall’ombra della depressione”, il percorso di sensibilizzazione per combattere la depressione della Fondazione Onda, che ha presentato a Roma il suo manifesto, dove sono elencate in dieci punti le azioni fondamentali che le istituzioni dovrebbero mettere in campo per fronteggiare al meglio la malattia, dalle campagne di prevenzione e screening alla riduzione dei tempi della diagnosi, fino alla promozione della ricerca, alla riduzione dei costi diretti e indiretti e al coinvolgimento diretto delle autorità per definire un Piano nazionale di lotta alla depressione. “I numeri sono molto importanti e preoccupanti – ha commentato il presidente dell’assemblea capitolina, Marcello De Vito – 3 milioni di persone affette da depressione sono un ventesimo delle popolazione italiana, e di queste 2 milioni sono donne, un tasso doppio rispetto agli uomini”. Nella Regione Lazio i dati più recenti parlano di una malattia che complessivamente riguarda almeno 300 mila persone. “A mio avviso – è intervenuto il presidente della commissione Sanità della Regione Lazio, Giuseppe Simeone – diventa fondamentale mettere a punto interventi efficienti e sostenibili. Personalmente da tempo mi batto per un potenziamento della telemedicina nei servizi sanitari ospedalieri e territoriali. Questo percorso va incontro all’obiettivo di razionalizzare i costi e al tempo stesso può consentire l’accesso alle cure al maggior numero di pazienti possibile. Per combattere la depressione occorre unire tecnologia e servizi territoriali, coinvolgendo i centri di Salute Mentale e i medici di medicina generale. Basti pensare che in alcuni centri del Nord Italia è stato somministrato un sistema di terapia cognitivo comportamentale accessibile da computer”.

Dai dati emerge che il tasso di depressione femminile è quasi doppio rispetto a quello maschile (9,1% contro 4,8%) e che tra i trattati è frequente riscontrare una bassa aderenza (40,1% dei trattati) e bassa persistenza (a 96 giorni il 50% dei soggetti mediamente interrompe il trattamento). La mancata aderenza e persistenza rendono il trattamento inefficace con gravi ripercussioni sulla qualità della vita dei pazienti stessi e dei loro familiari. “La moderna ricerca clinica sottolinea che in generale circa la metà dei pazienti va incontro a problemi di resistenza al trattamento, con conseguente rischio di cronicizzazione – ha spiegato Alberto Siracusano, professore ordinario della U.O.C. Psichiatria e Psicologia Clinica del Policlinico Tor Vergata di Roma – I modelli psicopatologici e neurobiologici più aggiornati evidenziano l’emergere di nuove forme depressive, da quelle di genere a quelle in età evolutiva. La depressione è un quadro multidimensionale e complesso ed è necessario implementare le risorse destinate alla ricerca clinica. Da non sottovalutare anche il costo sociale della depressione che è in crescente aumento sia in termini di ore lavorative perse, oltre 4 miliardi di euro l’anno, che in termini di spesa sanitaria per ciascun paziente, oltre 4.062 euro l’anno per ciascun paziente”.

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