sabato, Dicembre 7

Violenza di genere. Sono 366 i centri antiviolenza in Italia


I dati emergono dal progetto ViVa realizzato in nato dalla collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità, il Cnr e l’Istat

di Ma. Te. Ci.

Sono 366 i centri antiviolenza in Italia, ovvero 1,3 ogni 100 mila donne (over 14). Di questi un terzo si trova in due regioni: Campania e Lombardia. Sono circa 50 mila le donne nel nostro Paese che hanno contattato almeno una volta un centro antiviolenza, circa 33 mila, però, quelle che hanno avviato un percorso. Al nord molto più che al sud. Questi alcuni dati emersi oggi durante la presentazione a Palazzo Merulana dei risultati dell’indagine sui centri antiviolenza condotta dai ricercatori del progetto ViVa,

La maggior parte dei centri censiti, ben 280, rimane aperto cinque giorni su sette e in 230 si garantisce la reperibilità notturna. L’84,5% è gestito da privati, il 15,2%, ovvero 51 centri, ha una gestione pubblica. Dai dati emergono una serie di situazioni positive, come l’offerta di attività orientate alla protezione e sicurezza delle donne, la disponibilità di alloggi sicuri come case rifugio a indirizzo segreto e in alcuni casi la valutazione del rischio. Buona l’offerta anche sulla prestazione orientamento lavorativo. Tra le criticità evidenziate invece l’impossibilità di accoglienza in emergenza, le attività a sostegno di figli o figlie minorenni e le attività di sostegno alla genitorialità. Critica anche l’area relativa alle attivita’ rivolte all’utenza straniera, con meno della metà dei centri (48,1%) che garantisce la mediazione linguistico-culturale e solo un quarto dei centri che fornisce prestazioni specifiche rivolte a donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo (25,4%).

Alcuni centri soprattutto del Nord Italia offrono anche programmi di trattamento rivolti agli uomini autori di violenza, ma – spiegano i ricercatori – a differenza delle donne, la maggior parte degli uomini intraprende il percorso perché inviato dai sevizi sociali, dal tribunale o dagli avvocati e non per scelta personale. Tra l’altro, circa il 30% degli uomini in trattamento decide autonomamente di abbandonare il percorso prima dell’effettiva conclusione.

 

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