Roma nel cinema. Il teatro di una divina indifferenza

di Bonifazio Mattei, Professore di materie letterarie al liceo Giulio Cesare di Roma

A fondamento del cinema ci sono il teatro e la vita, l’azione e la scena, il vero e l’illusione. Se può dirsi un’arte simbolica, è perché in ogni sua prova rappresenta, in modo più o meno consapevole, l’unità drammatica che tiene insieme, al fondo, le vicende dell’uomo e la realtà, il loro legame di immagini, di tempo e coscienza. Per quanto siano plurimi i suoi stili e i suoi linguaggi, il cinema continua ad attraversare abitualmente i crocevia dei suoi temi più profondi, i suoi luoghi generativi di storie. Nel raccontare, come altre forme d’arte, talvolta si racconta e si rivela. Ed è per questo che i teatri di posa o le città sembrano esprimere significati e valori che vanno aldilà delle singole circostanze d’ambientazione. Le immagini di Roma su tutte, ad esempio, possiedono la forza di parlarci, dentro e oltre la storia alla quale prestano la loro magnificenza. Accade allo spettatore un fulmineo riconoscersi nei luoghi che l’arte eleva a proscenio. Basta imbattersi in Un amore a Roma di Dino Risi, ne La Romana di Luigi Zampa. Piazza di Spagna e Piazza Navona deserte nella notte di personaggi soli. Ed ecco che un libero gioco di memorie personali, di curiosità, coincidenze e distrazioni, ci spinge quasi a distaccarci dai luoghi per poterli esplorare come qualcosa di irriconoscibile.

E’ forse per questo che Roma appare come un universo mitico a sé stante nel cinema, come un centro capace di attirare su di sé forme e modi della narrazione, stili, valori; ma capace al contempo di non lasciarsi del tutto segnare dalle storie che racconta, così come a volte la forma di un mito resta impregiudicata rispetto alle diverse declinazioni dei suoi costrutti narrativi e delle sue verità. Eppure, ci sono momenti del cinema di Roma in cui la città sembra incarnare il dolore stesso della storia, come gli anni tedeschi raccontati dai film di Rossellini e De Sica. Ma allora i grandi monumenti, le chiese, i Fori e le rovine, il Pincio e il Gianicolo, tutta la Roma più celebre sparisce dalle scene. Il tragico la evoca a distanza, nel suono di qualche campana. E un velo grigio, un cielo sempre ingombro che si riflette sui muri di case e caserme, calando sulla vita degli uomini, sembra pietosamente astenersi dai grandi monumenti, dalle rovine e dai giardini della città.  Quante volte la Storia ha ferito la luce eterna di Roma, quante volte ha tradito il suo abbraccio ecumenico e pigro. Eppure, se eterna è la storia di Roma, lo è forse per un destino di rovina e di sconsacrazione, per il caos di un’invasione di popoli che muta di continuo, sullo sfondo delle rovine immutabili, i modi d’essere di una civiltà.

Oltre i riti pagani e i culti cristiani, resta per sempre nella città un sentimento religioso solitario e diffidente. Luogo di un transito eterno, questa città aperta rende fatuo ogni destino e tutti vi incidono un proprio segno, come in un immenso feudo di nessuno. Così negli scorci della Roma dei nostri tempi, quella dei film di Moretti, di Verdone o Muccino. Quanti muri imbrattati, quante parole di vernice. Forse è questa la vera grande religione di Roma. Ciascuno elegge un altare al proprio trivio, si appropria di uno spazio e lo profana per consacrarlo. Ed ogni segno invoca lo sguardo disattento di una moltitudine di infedeli, di cuori che si separano in un disdegno di pace, e con voto di indifferenza e disprezzo guardano altrove. Divina indifferenza di Roma, che imprigiona le vite in un tempo sospeso. “Vivere a Roma è un modo di perdere la vita”, scriveva Flaiano. Eppure quanti hanno voluto apprendere quest’arte del disimparare. I grandi film ‘esplorativi’ su Roma hanno visto come protagonisti personaggi di provincia, giunti a Roma in apparenza con il proposito di realizzarsi nella grande città, ma forse segretamente per assaporare la sua spiritualità malsana e sublime, come Jep Gambardella de La grande bellezza di Paolo Sorrentino, come Ivan e Wanda, gli sposini de Lo sceicco bianco di Fellini. O forse Roma non è che una meta di libertà, città in cui si ritorna senza poter ricordare di esserci già stati, quasi un luogo coscienziale, una patria sognata e risognata, come quella cantata da Ovidio nei Tristia, o da Rutilio Namaziano ne Il ritorno, l’opera del V secolo, di straordinaria modernità cinematografica, sulla decadenza, sulla nostalgia di una grandezza passata.

Eppure è raro che Roma, nel cinema, sia stata evocata per rappresentare soltanto il segno di crisi della modernità, per dare testimonianza di un’impossibilità senza uscita. Roma è città aperta anche in quanto luogo della possibilità. E’ il suo tempo presente, di piccoli avvenimenti, a dilatarsi in una durata sospesa, è il suo caos a trasfondersi nella sua pace. Le statue degli angeli sui ponti, quelle statue che i film di Magni hanno colto nella sinistra gestualità del potere dei papi, sono le statue in cui si irradia una luce bianca, di giustificazione della vita, di perdono e redenzione. In fondo, la bellezza dei luoghi di Roma, dei suoi imperiosi incanti, dagli scenari de La dolce vita a quelli de La grande bellezza, è quella di una divinità tutelare prossima e lontana ad un tempo, arcana e confidente. Nel suo apparire così bonariamente distaccata, eppur vicina all’esperienza di chiunque l’abbia visitata o vissuta, essa conserva qualcosa di magnetico, che forse non è altro che il riflesso del nostro sguardo nelle sue architetture, nelle sue strade, nella vastità della sua Storia. Il cinema di Roma ha fatto di questo sguardo un riflesso nell’universale, nell’abisso di una storia millenaria. Volti di personaggi felici e tristi si sono succeduti in un grande affresco. Volti di attori, nella loro originalità di maschere, hanno portato sulla scena la voce di una città: Fabrizi, Sordi, Manfredi sono solo alcune di quelle voci corali, capaci di dare alla propria ‘persona’ pose tipologiche, estroverse, manie di affabilità, di infatuazione per la vita.

Forse i film su Roma hanno tutti espresso, in un certo senso, la stessa vocazione all’identità, alla descrizione di processi identificativi dell’individuo con la società, con lo spazio circostante, con se stesso. I film su Roma sembrano allora un assiduo discorso attorno al fuso della familiarità, della sfinge interiore, del ‘conosci te stesso’. Hanno cercato se stessi i personaggi di Pasolini per le periferie e le campagne romane, così come i personaggi di Fellini, negli scorci della Roma storica. E talvolta i film di questi autori hanno esplicitamente suggerito l’identificazione del cinema con la città, la sintesi tra i luoghi e la storia, proprio a segno di quanto Roma sia, oltre che un perfetto teatro di posa, un mitologema, un’idea preesistente alle storie, uno specchio che giustifica ogni finzione. E’ il caso del film Mamma Roma, di Pier Paolo Pasolini, in cui il personaggio interpretato da Anna Magnani sembra incarnare le stigmate della città, della sua dolorosa gioia di vivere; è il caso di Roma di Federico Fellini, film di scene slegate, di disordinate parti, che eppure tratteggia un potente affresco sull’umanità del suo tempo. C’è una scena che pare simboleggiare il destino della città: una lunga, implacabile traversata di centauri sulle motociclette, un corteo rumoroso che passa nel buio della notte per le strade, nelle piazze spalancate, sotto le grandi arcate degli acquedotti antichi, in tutti i luoghi della città aperta, impassibile e violata.

 

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