lunedì, Settembre 16

Minori e giustizia. Sono tante le zone d’ombra


Protagonisti delle cronache giudiziarie. Minori in difficoltà, abusati o sottratti agli affetti. Le cronache raccontano di bambini e bambine in casa famiglia senza apparenti gravi motivi

di Antonia Di Maggio, avvocata penalista del foro di Roma patrocinante in cassazione

Minori e giustiziaIl problema è ben più grave e diffuso di come viene rappresentato. Le cronache giudiziarie sistematicamente portano alla luce situazioni aberranti e criminose ai danni di minori. La fotografia di queste situazioni è quasi sempre la stessa e sempre gli stessi protagonisti: servizi sociali, consulenti e/o periti, responsabili casa-famiglia che a vario titolo concorrono al solo scopo di lucrare. Dopo tanti, troppi episodi la domanda da porsi è: come è possibile che questi fatti criminosi avvengano all’interno di una procedura giudiziaria? La magistratura minorile è caratterizzata da una forte specializzazione, ed ha a disposizione una vasta/ complessa e variegata possibilità di indagine e accertamento. Servizi sociali, tutore, periti sono strumenti di supporto del magistrato che è e resta l’unico titolare dell’onere e dell’obbligo di valutazione del bagaglio probatorio e dell’obbligo di motivazione. In realtà, da anni, il rapporto tra magistrato e servizi sociali o periti si è totalmente rovesciato. La magistratura il più delle volte si è ridotta al ruolo protocollare delle relazioni dei servizi, che a loro volta non si limitano di riferire al magistrato fatti, descrizioni, situazioni concrete e confutabili, ma anticipano valutazioni, opinioni, asserzioni. Inoltre il “meccanismo” procedurale funziona quando ognuno dei soggetti agisce con terzietà e competenza. Quando, uno solo dei soggetti, è “inquinato” da interesse personale, pregiudizio e/o incapacità si risolve sempre in uno svantaggio e un danno al minore.

Nella mia esperienza ho più volte osservato che ci sono meccanismi ripetuti che hanno danneggiato gravemente e in modo permanente i minori che in alcuni casi vengono collocati i casa famiglia “per decantare” (termine tecnico spesso utilizzato dai Servizi Sociali). Prima che i/il genitore “riesca” a smentire le asserzioni, deve accettare ogni tipo di accertamento, attendere i tempi del procedimento, eventualmente impugnare e anche se a conclusione di tutta la procedura finalmente si “restituisce” la responsabilità genitoriale e con essa il minore, sono passati anni (minimo due). Anni durante i quali il minore avrà pure “decantato” la propria emotività, ma indelebile gli resterà la cicatrice del distacco. Tra i vari casi seguiti, ricordo l’esecuzione di un provvedimento d’urgenza di collocamento in casa famiglia di un minore di quasi 17 anni, (interrotta la scuola, gli studi di musica, gli amici) e a 18 anni “restituito” alla madre, colpevole tra l’altro secondo i servizi sociali di non frequentare la parrocchia del Paese. Oppure il collocamento in casa famiglia di un minore nato prematuro ad un mese dalla nascita e ancora oggi in casa famiglia perché, secondo la responsabile della struttura, “una mattina quando è venuta la signora a trovare il minore ho sentito odore di alcool dall’alito…..”. Su questa affermazione il Tribunale che avrebbe dovuto decidere in forma definitiva, ha chiesto nuove analisi, con rinvio a sei mesi dell’udienza.

A prescindere dai singoli casi, la casistica a mia diretta conoscenza è assai varia e “schizofrenica”. Bimbi sottratti per grave disagio economico dei/del genitore (non ha una casa, un lavoro, una autonomia) – di contro a mamme che hanno una casa, un lavoro, una autonomia viene “chiesto” di lasciare tutto ed entrare in casa famiglia al fine di valutare la tenuta genitoriale e svolgere un programma educazionale alla genitorialità.  L’Ufficio dei Servizi sociali è veloce ed incisivo nella esecuzione di collocamento minori in casa famiglia, mentre è assente, lento, farraginoso quando deve mettere in atto mezzi di sostegno e aiuto. Un minore in casa famiglia per un mese costa oltre 3 mila euro. Ed è sacrosanto spenderne il doppio e il triplo a tutela dei minori. Ma quanti avrebbero avuto maggior beneficio e meno danno se “aiutati” in ambito famigliare?

 

 

 

 

 

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