lunedì, Settembre 16

Maledetto Alcol. Nel Lazio oltre settemila vittime


I dati sono contenuti nel rapporto regionale del Crarl «Alcol e salute»: nel 2018 7400 decessi 135mila ricoveri per patologie correlate

di Francesca Lici

maledetto alcolMaledetto alcol. Solo nella nostra regione lo scorso anno l’alcol ha provocato 7.400 decessi, 135mila i ricoveri nelle strutture ospedaliere per patologie correlate a questa dipendenza. I dati del primo rapporto «Alcol e salute» nel Lazio a cura del Centro di riferimento alcologico della Regione (Crarl), sono terrificanti. Sono quasi due milioni le persone che hanno avuto un consumo rischioso di alcol – si legge nel report – di cui 300 mila hanno dichiarano comportamenti di binge drinking, più di 5 bevande alcoliche in un’unica occasione, tra questi altissima è la percentuale di giovani e minorenni.

«Per la nostra regione i dati sono allarmanti – ha detto Mauro Ceccanti, responsabile del Crarl – e sanciscono la necessità di omogeneità negli interventi sociosanitari regionali per rendere sempre più saldo il rapporto ospedale e territorio». Di questi temi e di altro si è parlato anche ieri al convegno «Curare, includere, integrare». Realizzato grazie alla collaborazione di Sitac, Binario 95, Caritas diocesana di Roma e Fio. Psd, il convegno è stato un utile momento di riflessione tra servizi, istituzioni e terzo settore per arrivare a costruire una rete alcologica regionale e migliorare così la gestione dei problemi e delle patologie correlate.«È necessario dare dignità e giustizia sociale alle persone fragili con dipendenze – ha detto Don Benoni Ambarus, direttore della Caritas di Roma – attraverso percorsi di accoglienza e di integrazione».

Una dipendenza che colpisce trasversale la società. «Non esistono senza dimora, alcolisti, emarginati o vittime di dipendenza – ha spiegato Alessandro Radicchi, fondatore di Binario 95 – esistono persone che nei loro complessi percorsi di vita hanno accumulato problematiche diverse che potranno avere la speranza di essere risolte solo con un’integrazione dei servizi, delle professionalità e dei già troppo pochi strumenti di intervento a nostra disposizione, per proiettarci davvero verso una società consapevole, del diritto e della dignità».

 

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