lunedì, Settembre 16

Dal Manifesto di Ventotene all’Europa. Arginiamo i populismi


L’Europa è stata contraddittoria. Sarebbe ipocrita non riconoscerlo. Ma questo non legittima la distruzione della nostra vocazione europeista

di Luigi Garullo, Segretario Generale Uil Latina

Dal Manifesto di Ventotene all’EuropaSaremmo stati sull’Isola di Ventotene se il tempo ce lo avesse permesso, le condizioni del mare però ce lo hanno sconsigliato. Ma è rimasto intatto il valore e il significato dell’evento che ieri noi della Uil insieme con Cgil e Cisl abbiamo dedicato al Manifesto di Ventotene e alle radici dell’Europa.

Un’iniziativa per rilanciare la visione europeista italiana, offuscata in questo periodo dai continui attacchi delle forze politiche populiste. Dobbiamo migliorare l’Europa, non destrutturarla. E’ chiaro a tutti che l’Europa non può essere solo finanza e austerità. E’ altrettanto chiaro che deve diventare soprattutto luogo di giustizia sociale, solidarietà, di lavoro e crescita dei salari. Ma la storia non si cancella. Quando i totalitarismi avevano fatto precipitare il vecchio continente nella guerra, nella morte e nella disperazione, nel piccolo isolotto pontino c’erano menti lungimiranti che progettavano un futuro di pace. In quel manifesto ritroviamo quel che oggi siamo. Pensiamo al sindacato. Negli anni quaranta dello scorso secolo era cosi: «Per tenere immobilizzate e sottomesse le classi operaie – si legge nel Manifesto di Ventotene – i sindacati sono stati trasformati, da liberi organismi di lotta, diretti da individui che godevano della fiducia degli associati, in organi di sorveglianza poliziesca, sotto la direzione di impiegati scelti dal gruppo governante e ad esso solo responsabili».

Nelle pagine successive invece Ernesto Rossi e Altiero Spinelli sognano il sindacato libero, lo delineano così com’è oggi: «I lavoratori debbono tornare a essere liberi di scegliere i fiduciari per trattare collettivamente le condizioni a cui intendono prestare la loro opera, e lo stato dovrà dare i mezzi giuridici per garantire l’osservanza dei patti conclusivi». Pensate alla portata dirompente del pensiero di questi uomini. In queste poche righe ci sono i concetti chiave che ritroveremo quasi trenta anni dopo, nel 1970 proprio nello statuto dei lavoratori. 

In questi ultimi anni l’Europa è stata contraddittoria, è vero. A tratti si è fatta percepire come un gigante burocrate, altre troppo lontana dalla realtà e dalle specificità dei territori. La moneta unica ha causato perdita di potere di acquisto, la crisi economica ha spazzato via posti di lavoro. Sarebbe ipocrita sostenere che tutto vada bene. Questo però non legittima la demolizione delle istituzioni europee. L’Europa va migliorata, riformata, vanno riviste le regole, ma quello che non deve cambiare sono i principi fondanti, che sono stati e saranno universali. Le regole invece devono rispecchiare i tempi che viviamo. Abbiamo vissuto un lunghissimo periodo di pace, mai così lungo, protetti dall’ombrello europeo, che ci ha fatto pensare che tutto questo sia scontato. Non è così: la libertà e la pace non sono scontate, vanno difese tutti i giorni, così come i diritti, che vanno ribaditi, rivendicati, perché c’è sempre qualcuno che pensa che sia venuto il momento di toglierteli.

Facciamo presto a scordarci quanto di buono l’Europa ci ha portato, come quando ha dato una strigliata al nostro Paese sul precariato, quando ci ha detto che non si può essere precari per più di tre anni oggi diventati due. I problemi sul precariato permangono ma i paletti li ha messi l’Europa. Tutto questo ce lo ha garantito anche l’Europa, e noi abbiamo il dovere di garantirlo a chi verrà dopo, ai nostri figli, ai nostri nipoti. In ballo non c’è solo la diatriba che tutti i giorni il teatrino della politica ci propina cercando di accaparrarsi i consensi, c’è molto di più: in ballo c’è il futuro. Noi sogniamo una Europa diversa, vicina al lavoro, e alle persone. 

 

 

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