Le nostre paure: non avere soldi o perdere la pensione

Feb 26, 2019

I dati emergono dall’undicesimo Rapporto di Demos&Pi e Fondazione Unipolis. Operai e casalinghe i più preoccupati
di Redazione

le nostre paureGli italiani sono un popolo meno spaventato rispetto a sette anni fa, quando la crisi economica aveva fatto toccare al senso di insicurezza il suo picco massimo di intensità, ma continuano a essere impauriti. I timori sono plurimi. L’insicurezza globale, dall’inquinamento alle guerre, preoccupa tre persone su quattro e rappresenta la principale paura (75 per cento). A seguire, arriva l’incertezza economica, che inquieta ben oltre la metà dei cittadini (62 per cento): gli italiani hanno soprattutto paura di perdere la pensione o di non riceverla mai (37 per cento), di non avere abbastanza soldi per vivere (36 per cento) e di perdere il lavoro (34 per cento). I dati emergono dall’undicesimo Rapporto dell’Osservatorio europeo sulla sicurezza, realizzato da Demos&Pi e Fondazione Unipolis per indagare il tema della percezione sociale della sicurezza.

L’incertezza economica colpisce soprattutto le fasce di età intermedia, ovvero dai 25 ai 54 anni di età. Il loro livello di preoccupazione si attesta intorno al 70 per cento (contro il 62 della media). Se si prende in considerazione il profilo professionale, il sentimento di preoccupazione tocca i massimi livelli tra gli operai e le casalinghe (81 per cento), oltre ai disoccupati (76 per cento). Le donne sono generalmente le più timorose, insieme alle persone sole. Molti più italiani si sentono parte del ceto medio rispetto al 2014: la percentuale non è certo tornata ai valori precedenti la crisi (60 per cento), ma nel 2019 ha recuperato al 50 dopo il 44 di cinque anni fa.

La terza area di insicurezza è quella della criminalità, soprattutto quella organizzata, che preoccupa quasi quattro persone su dieci. L’insicurezza assoluta (26 per cento), che somma le tre principali insicurezze (globale, economica e legata alla criminalità), si attenua di tre punti rispetto al 2017. Per il rapporto, è una contrazione lieve, ma significativa perché «va a confermare un trend già emerso negli anni precedenti e oggi fa registrare il valore più basso dopo il picco del 2012». Si assiste a una sorta di «normalizzazione emotiva». Perché «l’incertezza è certamente profonda, diffusa presso la popolazione di tutti i Paesi. In misura chiaramente diversa. Ma ha raggiunto, ormai, misure e caratteri noti».

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Pin It on Pinterest