Poche opportunità per i bimbi di periferia

Nov 15, 2018

L'impietosa fotografia di Save the Children sull’infanzia ai margini delle città
di Maria Perrelli

poche opportunitàMeno possibilità e minor rendimento scolastico per chi cresce in periferia. Nei quartieri benestanti della zona nord della Capitale ad esempio oltre il 42% dei giovani è laureato, mentre la percentuale risulta tre volte inferiore nelle zone più esterne o vicine al Raccordo anulare. Stessa situazione a Napoli dove i 15-52enni senza diploma di scuola secondaria di primo grado sono rappresentano 2% della popolazione al Vomero e quasi il 20% a Scampia. Ancora più larga la forbice a Milano, dove a Pagano e Magenta-San Vittore (51,2%) i laureati sono 7 volte quelli di Quarto Oggiaro (7,6%). A stilare la classifica è il volume “Le periferie dei bambini” realizzato da Save the Children e pubblicato da Treccani.

Differenze sostanziali tra una zona e l’altra riguardano anche i NEET, ovvero i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in alcun circuito di formazione: a Roma rappresentano il 7,5% dei giovani in zona Casal Palocco e circa il 14% a Ostia, nel capoluogo lombardo, in zona Tortona, sono il 3,6%, meno di un terzo di quelli di Triulzo Superiore.

Secondo lo studio dell’organizzazione che si occupa dei minori, anche i dati tratti dai test Invalsi rappresentano una testimonianza del divario nell’apprendimento scolastico. A Napoli, ad esempio, una distanza di 25 punti Invalsi divide i bambini dei quartieri più svantaggiati da quelli che abitano a Posillipo, a Palermo sono 21 quelli tra Pallavicino e Libertà, a Roma 17 tra Casal de’ Pazzi e Medaglie d’Oro, e a Milano 15 punti dividono Quarto Oggiaro da Magenta-San Vittore.

Allargando lo sguardo alle altre risorse educative essenziali per lo sviluppo dei bambini, si scopre che i minori che non hanno l’opportunità di navigare su Internet nel Mezzogiorno si concentrano nei capoluoghi delle grandi aree metropolitane (36,6%), e vivono spesso in famiglie con maggiori difficoltà economiche (38,8%), così come, nelle stesse zone, i bambini e adolescenti che non svolgono attività ricreative e culturali raggiungono il 77,1%.

“E’ assurdo che due bambini che vivono a un solo isolato di distanza possano trovarsi a crescere in due universi paralleli – afferma Valerio Neri, direttore generale di Save the Children – Rimettere i bambini al centro significa andare a vedere realmente dove e come vivono e investire sulla ricchezza dei territori e sulle loro diversità, combattere gli squilibri sociali e le diseguaglianze, valorizzare le tante realtà positive che ogni giorno si impegnano per creare opportunità educative che suppliscono alla mancanza di servizi”. I minori italiani si ritrovano anche ai margini dello spazio pubblico, se è vero che 94 bambini su 100 tra i 3 e i 10 anni non hanno modo di giocare in strada, solo uno su quattro trova ospitalità nei cortili, e poco più di uno su tre ha la fortuna di avere un parco o un giardino vicino a casa dove poter giocare. E anche ai margini della politica, per effetto di una spesa pubblica che negli anni della crisi economica, pur crescendo in termini assoluti, ha tagliato la voce istruzione e università dal 4,6% sul PIL del 2009 al 3,9% del 2015-16, mentre altri paesi europei rispondevano alle difficolta di budget in maniera diametralmente opposta aumentando questa voce di investimento fino al 5% del PIL. Una forbice in negativo con l’Europa che si riscontra anche sui fondi per ‘famiglia e minori’ fermi in Italia ad un esiguo 5,4% della spesa sociale, contro l’11% di Germania, Regno Unito e Svezia e ben al di sotto della media UE attestata all’8,5%.

 

 

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