Comuni e municipi sciolti. Le mafie nel Lazio

Mar 20, 2017

Le organizzazioni criminali continuano a far affari e lucrare. E lo fanno in silenzio
di Alfonso Vannaroni

comuni e municipi sciolti Comuni e municipi sciolti all’ombra del cupolone. In principio fu Nettuno. Poi Ostia. Nel mezzo undici anni di mafie, criminalità, infiltrazioni e radicamenti nel tessuto socio economico del Lazio. Comuni e municipi sciolti, nella regione. Correva l’anno 2005 quando il consiglio comunale della cittadina in provincia di Roma venne sciolto per infiltrazioni mafiose: le ingerenze della criminalità organizzata erano diventate così inquietanti che avevano «esposto l’amministrazione a pesanti condizionamenti, compromettendo la libera determinazione degli organi e il buon andamento della gestione comunale».

Ad oggi, Nettuno resta l’unico caso di comune laziale sottoposto a decreto di scioglimento. Anche se, dopo le inchieste Mondo di Mezzo, per un municipio romano – il decimo, quello di Ostia – si sono aperte le porte dello scioglimento per mafia. Tra i due casi ci sono anni di inchieste, relazioni della Direzione investigativa antimafia, atti parlamentari, ricerche, che testimoniano il costante radicamento di cosche e clan nella nostra regione. Basti pensare al primo rapporto dell’Osservatorio tecnico scientifico per la sicurezza e la legalità della Regione Lazio del 2008. Quel lavoro censì sessanta organizzazioni criminali, trecento affiliati, 25 cosche della ’ndrangheta, 17 clan della camorra, 14 quelli di cosa nostra, 2 i gruppi criminali della sacra corona unita, più la criminalità romena, albanese, cinese, nigeriana e russa. Il rapporto del 2015 ha registrato invece 88 clan, di cui 35 appartenenti alla ‘ndrangheta, 16 a cosa nostra, 29 alla camorra, due alla sacra corona unita e sei autoctoni.

E poi ci sono i beni sequestrati: 849 solo nella provincia di Roma nel 2014. La Capitale è la terza città per sequestri, dopo Milano e Palermo. Mentre l’intera regione è sesta per confische di beni ai criminali. Non solo. Mafia capitale ha investito quattro comuni della provincia: Sacrofano, Castelnuovo di Porto, Morlupo e Sant’Oreste, dove sono state disposte commissioni di accesso agli atti. E per Sacrofano il prefetto Franco Gabrielli ha avanzato la richiesta di scioglimento. Non mancano le interrogazioni parlamentari. Quella dei senatori Cervellini (Sel) Moscardelli (Pd) e Nencini (Psi) nel gennaio 2014 aveva chiesto al prefetto di insediare una commissione di accesso ad Ardea, il comune laziale col maggior numero di attentati agli amministratori locali tra il 2013 e il 2014. Nel luglio 2013 erano stati i deputati Piazzoni e Pilozzi di Sel – poi approdati al Pd – ad affrontare le criticità di, Anzio, Ardea e Nettuno. E poi sull’area del litorale romano è intervenuta anche Roberta Lombardi del Movimento 5 stelle. Ma le organizzazioni criminali continuano a far affari, controllano il traffico di armi, il mercato della prostituzione e della droga. Puntano allo smaltimento dei rifiuti, alla gestione dei grandi centri commerciali, alla ristorazione, alla sanità, agli appalti per la realizzazione delle infrastrutture viarie e portuali, alla gestione del mercato ortofrutticolo di Fondi. Si infiltrano nelle amministrazioni locali mettendo in piedi rapporti collusivi con politici e personale amministrativo compiacente.

Già nel 2008 – secondo l’Osservatorio regionale – 48 comuni su 378, il 13 per cento, erano interessati da attività illegali riconducibili alle mafie. Oggi la regione viene considerata – come denunciato nella relazione del secondo semestre 2014 dalla Dia – il luogo idoneo per trascorrere periodi di latitanza. E la mappa geoeconomica criminale si estende da nord a sud della regione. Non ci sono più isole felici. Con un patto tacito e solidale tutti hanno trovato spazio per lucrare illecitamente. «C’è un sistema di corruzione diffusa – si legge nella relazione – che insieme alla progressiva perdita di valori amplifica la vulnerabilità dell’apparato istituzionale, esaltando le potenzialità delle organizzazioni criminali di condizionare il regolare svolgimento dei processi deliberativi e della vita democratica».

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