I 101 errori di italiano che non farai mai più raccolti in un libro

Ago 18, 2026

Dal 4 Settembre nelle librerie il testo Massimo Birattari «101 errori di italiano che non farai mai più» Massimo Birattari. Un pronto soccorso grammaticale per chi vuole migliorare
di Redazione

errori di italianoGli errori grammaticali sono un disturbo nella comunicazione: attirano l’attenzione e la distolgono dal messaggio che vogliamo trasmettere. Però sono utili: sbagliare e capire la correzione è di gran lunga il metodo più efficace per imparare. E’ questo il pensiero che accompagna la presentazione del volume «101 errori di italiano che non farai mai più» di Massimo Birattari (edizione Ponte alle Grazie; pagine 272; euro 18) in libreria dal prossimo 4 settembre. Lo scopo di questo libro è presentare errori frequenti veri (provengono tutti da testi prodotti da persona che hanno dimestichezza con la parola scritta o pronunciata in pubblico) correggerli e usarli per comprendere la grammatica, intesa non come gabbia di regole ma come motore profondo della lingua.

Questi 101 errori diventano così le tappe di un viaggio nell’italiano che parte dal lessico, prosegue con il verbo e la sintassi della frase semplice, tocca la morfologia, l’ortografia, la pronuncia e finisce con l’uso dei modi e dei tempi verbali nella sintassi del periodo. E’ un pronto soccorso grammaticale a cui potrà ricorrere chi ha necessità di scrivere e cerca una guida semplice e sicura, o chi vuole aiutare figli e nipoti alle prese con brutti voti in italiano. Gli approfondimenti interessano anche insegnanti e studenti in cerca di idee e metodi per osservare da vicino come funziona la lingua ed esprimersi con correttezza ed efficacia. Tutti potranno mettersi alla prova nell’esercizio finale, correggendo un testo tempestato di errori di ogni tipo. «La meta a cui tendere – si legge nella presentazione – è la consapevolezza linguistica: conoscere bene le regole e le convenzioni della lingua serve anche ad avere la possibilità di forzarle per i propri scopi espressivi. A ragion veduta, però».

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