Mercato del lavoro col freno a mano tirato

Dic 15, 2023

Pesano i salari bassi e la poca formazione. Ecco tutte le contraddizioni italiane nel Rapporto Inapp 2023
di Redazione
mercato del lavoro

Foto tratta da www.pexels.com

Dopo la crisi generata dalla pandemia il mercato del lavoro italiano ha ricominciato a crescere ma questo percorso appare accidentato dalle criticità strutturali che lo caratterizzano: bassi salari, scarsa produttività, poca formazione e un welfare che fatica a proteggere tutti i lavoratori, non avendo alcun paracadute per oltre 4 milioni di lavoratori non standard dagli autonomi, a chi è stato licenziato o è alla ricerca di un’occupazione, passando per i lavoratori della gig economy fino ai cosiddetti working poors. Sono questi alcuni degli argomenti sviluppati nel Rapporto Inapp 2023. In più sta emergendo sul fronte dell’utilizzo della forza lavoro il fenomeno del labour shortage: la difficoltà delle imprese a coprire i posti vacanti, allargandosi sempre più così la forbice del matching tra domanda e offerta di lavoro. «Dopo la crisi pandemica le dinamiche del mercato del lavoro hanno ripreso a crescere ma con rallentamenti dovuti sia a fattori esterni, dal conflitto bellico alle porte dell’Europa, alla crescita dell’inflazione e della crisi energetica, ma anche – ha spiegato Sebastiano Fadda, presidente dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp) – a fattori interni, come il basso livello dei salari che si lega alla scarsa produttività, alla poca formazione e agli incentivi statali per le assunzioni che non hanno portato quei benefici sperati, se pensiamo che più della metà delle imprese (il 54 per cento) dichiara di aver assunto nuovo personale dipendente, ma solo il 14 per cento sostiene di aver utilizzato almeno una delle misure previste dallo Stato. Occorrono quindi degli interventi mirati e celeri capaci di indirizzare il mercato del lavoro verso una crescita più sostenuta, che non può prescindere dalla rivoluzione tecnologica e digitale che sta modificando i processi produttivi». Tra il 1991 e il 2022 – si legge nel Rapporto Inapp – i salari reali sono rimasti pressochè  invariati, con una crescita dell’1 per cento, a differenza dei Paesi dell’area Ocse dove sono cresciuti in media del 32,5 per cento. In particolare, nel solo 2020 (terzo nell’anno della pandemia da Covid-19) si è registrato un calo dei salari in termini reali del -4,8 per cento.

In quest’anno si è registrata anche la differenza più ampia con la crescita dell’area Ocse con un  meno33,6 per cento. Accanto a questo problema si è sviluppato anche quello della scarsa produttività: a partire dalla seconda metà degli anni novanta questa crescita è stata di gran lunga inferiore rispetto ai Paesi del G7, segnando un divario massimo nel 2021 pari al 25,5 per cento. Il numero di assunzioni nel 2022 è peggiorato rispetto al 2021: 414 mila nuove attivazioni nette nel 2022 a fronte di 713 mila nel 2021. Si conferma un numero di attivazioni maggiore per la componente maschile (54 per cento rispetto al 46 per cento delle donne) mentre la categoria dei giovani, dopo essere stata colpita profondamente dalla pandemia e dalla precedente crisi del 2008, conferma il recupero di quote occupazionali: il 26 per cento delle attivazioni del 2022 si concentra nella fascia dai 25 ai 34 anni, a seguire le quote dei 35-44enni (21 per cento) e dei 45-54enni (20 per cento). A questi aspetti se ne aggiunge un altro, di carattere demografico: l’invecchiamento della popolazione e della forza lavoro. Mentre nel 2002 ogni mille persone che avevano un’età compresa tra 19 e 39 anni ce ne erano poco più di 900 con  tra i 40 e i 64 anni, nel 2023 quest’ultimo valore ha superato le 1.400 unità. Ogni mille lavoratori di 19-39 anni ci sono 1.900 lavoratori adulti anziani. Il settore che nel mercato del lavoro ha lavoratori più in la con gli anni è quello della pubblica amministrazione (3,9 ogni lavoratore giovane), seguito dal settore finanziario e assicurativo. Appare rilevante il numero di occupati che mostrano l’intenzione di lasciare il proprio lavoro. Si stima che il 14,6 per cento degli occupati tra i 18 e i 74 anni (oltre 3,3 milioni di persone) abbia pensato di dimettersi. Tale quota è composta da un 1,1 per cento che lo farebbe anche se ci fosse una riduzione del tenore di vita e da un 13,5 per cento che farebbe questa scelta solo se trovasse altre entrate economiche.

Le quote più alte di chi ha intenzione di dimettersi si osservano in corrispondenza degli occupati con un diploma (18,9 per cento), diminuiscono col crescere dell’anzianità anagrafica e delle dimensioni del comune di residenza. A volersi dimettere sono maggiormente gli occupati dipendenti, operanti nelle organizzazioni di media dimensione (15-49 addetti) e che svolgono la loro attività in imprese private. Nel pubblico l’1,5 per cento dei lavoratori (contro l’1 per cento del privato) lo farebbe anche se questo comportasse una riduzione del tenore di vita. Il desiderio di cambiare occupazione è maggiore per chi svolge lavori più faticosi e poco soddisfacenti. Un’esigua percentuale di aziende (4,5 per cento) sostiene che l’introduzione del programma di incentivazione è stato importante ai fini delle loro decisioni di assunzione. La probabilità di ricorrere a uno o più schemi di incentivazione all’occupazione è maggiore del 50 per cento per le imprese di grandi dimensioni (con più di 250 addetti), mentre si riduce sensibilmente raggiungendo il 24 per cento per le microimprese. Le imprese del Mezzogiorno sono molto più propense a utilizzarle: circa il 38 per cento delle imprese del Sud e il 36 per cento di quelle localizzate nelle Isole dichiara di aver usato almeno un incentivo, contro il 20 per cento (in media) delle aziende localizzate nelle altre aree. In generale, forme di agevolazione hanno interessato quasi 2 degli oltre 8 milioni di nuovi contratti attivati nel 2022, ovvero il 23,7 per cento. L’incentivo più utilizzato è stata la decontribuzione sud che ha riguardato il 65 per cento dei nuovi contratti, seguito dall’Apprendistato (20 per cento) e dagli incentivi rivolti a target specifici: Esonero giovani con il 4,7 per cento e Incentivo donne, che ha inciso per il 4,8 per cento sull’occupazione totale. Nonostante la pluralità di incentivi in campo, nessuno di questi istituti è riuscito ad attivare almeno il 50 per cento di donne.

Inoltre, il 58,5 per cento delle assunzioni agevolate delle donne è a tempo parziale, contro il 32,2 per cento degli uomini. Il ricorso agli incentivi riproduce lo scenario noto di un mercato del lavoro dove l’occupazione femminile è minore per quantità (le donne sono il 40,9 per cento delle assunzioni agevolate) e con minori ore lavorate. Per quanto attiene il work based learning, resta confermato l’impegno dell’Italia a rivitalizzare l’apprendistato duale nei percorsi di IeFP di competenza regionale. Tuttavia, l’apprendistato duale continua ad avere una scarsa capacità di attrazione nei confronti delle imprese e dei giovani. Il peso dell’apprendistato duale rimane residuale attestandosi tra il 3 per cento e il 4 per cento del totale degli apprendisti in formazione. Si conferma la tendenza alla concentrazione degli apprendisti per la qualifica e il diploma professionale in alcune macroaree e in un numero molto limitato di territori: la Pa di Bolzano e la Lombardia raccolgono da sole tra il 78 per cento e l’83 per cento degli apprendisti in formazione. Il perpetuarsi di queste disuguaglianze è la spia di divari strutturali mai risolti e introduce un ulteriore elemento di freno nell’aumento dell’utilizzo dell’apprendistato duale. Inoltre, a differenza di altri Paesi europei, in Italia si continua a registrare lo scarso utilizzo dell’apprendistato per l’alta formazione e la ricerca. Nel 2021 il numero di apprendisti inseriti nei percorsi per il conseguimento di un titolo di istruzione terziaria era di 609 unità, in calo rispetto all’anno precedente. Anche in questo caso si registra una notevole concentrazione territoriale degli apprendisti in formazione. Rispetto alla formazione continua si confermano i bassi livelli di partecipazione degli individui agli interventi formativi. La popolazione adulta di età compresa tra 25 e 64 anni che ha partecipato ad attività di istruzione e formazione è stata infatti nel 2022 pari al 9,6 per cento. E’ una quota che denota comunque un avanzamento consistente rispetto al 2020 (+2,4 per cento), ma che allontana l’Italia dall’Europa: nel confronto con il corrispondente valore medio europeo (11,9 per cento), il nostro Paese perde terreno (-2,3 per cento) rispetto all’avanzamento registrato l’anno precedente.

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