Il tema delle dipendenze deve essere focalizzato come uno degli argomenti prioritari dell’attenzione politica. Sono moltissime le persone interessate da questa particolare condizione psicopatologica. Alle tradizionali dipendenze da sostanza stupefacente si aggiungono altre, più subdole, e per questo più pervasive e pericolose. Ci riferiamo alla dipendenza da internet, o all’aumento di quelle associate a un utilizzo patologico del telefono cellulare, che rappresenta una vera e propria emergenza sociale del nostro tempo, dimostrando diffusione soprattutto tra i giovani e gli adolescenti della fascia di età compresa tra i 13 e i 18 anni. Non a caso il 25,4 per cento rientra nel rischio molto elevato perché trascorre oltre otto ore al giorno sul proprio telefono, solo nel Lazio sono oltre 83mila. Si tratta di una dipendenza che l’impatto della pandemia ha contribuito a diffondere, periodo in cui le occasioni di contatto con l’esterno erano legate e limitate solo all’utilizzo di un dispositivo elettronico.
L’Assenza di eventi ricreativi durante il lockdown e nei successivi periodi di restrizioni ha contribuito a dirottare il consumo verso quelle sostanze legate a un uso domestico: notevolmente aumentati sia l’utilizzo di alcool che il gioco d’azzardo on line. Parallelamente si è registrata un’impennata delle persone che si stanno rivolgendo ai servizi ambulatori – i Serd, servizi per le dipendenze patologiche – con un aumento di circa il 50 per cento. I dati si riferiscono al Lazio ma più di sette casi su 10 appartengono alla Capitale: un dato allarmante, che interessa tanto la periferia quanto il centro ed evidenzia un tessuto sociale che va pian piano sfilacciandosi.
Un elemento di riflessione è dato dal percorso dei pazienti affetti da dipendenze. L’iter che va dall’avvio dei comportamenti a rischio alla presa in carico da parte dei servizi è particolarmente lungo e complesso, soprattutto per gli alcolisti, tra i quali l’età media del primo uso problematico si attesta a 21,5 anni, mentre l’uso continuativo avviene generalmente dopo 8 anni e la presa in carico dopo circa 26 anni. Da considerare che la distanza tra il primo approccio, il consolidamento della dipendenza e l’avvio di un percorso terapeutico risulta decisamente elevata anche per il gioco d’azzardo patologico, pari a 20 anni il gap tra l’avvio del comportamento a rischio a 21,4 anni e la presa in carico a 41,7 anni, mentre appare più ridotta per le droghe. Soltanto una minima parte delle vittime chiede aiuto ai centri ambulatoriali, perché scarseggia l’attenzione delle persone intorno e della collettività. Dal punto di vista politico riteniamo che sia necessario recuperare un senso di comunità. La sfida non è solo curare, ma prevenire, in linea con gli obiettivi delineati dalla Strategia dell’Ue in materia per il periodo 2021/2025, individuando le azioni da intraprendere per realizzare le 11 priorità strategiche in essa contemplate, anche tenendo conto degli insegnamenti tratti dalla pandemia.
Cosa riteniamo si debba fare? In primis ci sentiamo di sostenere la necessità di un orientamento al futuro, nell’ottica di concretizzare misure di inclusione che non lascino indietro nessuno e prevedano servizi efficienti per tutti, che abbiano a presupposto l’idea di un welfare innovativo radicato sull’ascolto e sul monitoraggio attento e costante dei bisogni della popolazione. E’ poi indispensabile affiancare alle nuove politiche inclusive di attenzione al tema delle dipendenze un’azione di politica integrata sociosanitaria per approcciare in condivisione il problema. La rete di integrazione e le conferenze sociosanitarie locali debbono funzionare, il budget di salute va concretizzato, perché il problema ha forti ripercussioni sanitarie e va garantito a tutti l’accesso ai servizi e il pieno funzionamento dei Pua (Punti unici di accesso) sul territorio. Non è semplice acquisire consapevolezza di una dipendenza ed è ancora più difficile imparare a gestirla. Pensiamo alla ludopatia: a Roma sono almeno 10mila le vittime di gioco compulsivo con patologie in corso. E preoccupa questa dipendenza – che interessa di più la fascia della popolazione anziana, esposta a povertà e solitudine – perchè evidenzia uno sfilacciamento del tessuto sociale che non permette di avvicinare e intercettare queste persone, lasciandole nel limbo del loro evidente dolore psichico.
Il piano sociale regionale e quello capitolino ora vanno coniugati in tutti gli aspetti critici. E’ indispensabile che si forniscano ai cittadini le giuste indicazioni per i percorsi di cura, senza dimenticare la prevenzione nelle scuole, che andrebbe effettuata sistematicamente e con regolare impatto sulle situazioni segnalate, anche solo percepite, dal corpo insegnante e dal personale scolastico. Il riconoscimento del problema è il primo passo verso la richiesta di aiuto, perché si vince solo insieme. Si vince rivolgendosi, anche solo per un parere a uno psicologo, psicoterapeuta o a dei professionisti in grado di accogliere, ascoltare e poi accompagnare nel percorso di fuoriuscita più adatto. Per far ciò occorre tanta formazione per il personale dei centri ma è indispensabile anche l’incremento del personale assegnato, nelle scuole così come nelle forze di polizia. Tanta volontà politica per risolvere in via inclusiva ma tante, tante risorse da destinare e non solo economiche: risorse umane, senza queste la situazione non cambierà. Ragioniamoci insieme. Facciamo funzionare questi pilastri.
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