Donne inattive. In Italia sono sette milioni

Dic 28, 2021

Il nostro Paese è al 114 posto su 156 per opportunità e partecipazione economica delle donne nella classifica del World Economic Forum sul gender gap del 2019, peggior perfomance europea
di Redazione
donne inattiveIn Italia le donne inattive tra i 30 e i 69 anni sono oltre 7 milioni. Un numero decisamente troppo alto, se si considera che rappresentano il 43 per cento delle donne italiane in questa fascia di età, mentre nella media europea le donne che non lavorano né sono in cerca di occupazione sono il 32%, in Germania il 24% e in Svezia appena il 19%. Troppe se rapportate al numero di poco più di 20 milioni di occupati. E’ un numero notevole sia a livello sociale che economico: la maternità comporta forti conseguenze sulla scelta di rimanere o uscire dal lavoro, ma l’inattività di moltissime donne italiane si prolunga ben oltre il periodo in cui scelgono di concentrarsi sulla famiglia, per l’assenza di supporti alternativi durante la carriera, con poche possibilità di rientro. Per le donne italiane è difficile partecipare al mercato del lavoro, ma ancora più difficile rientrare dopo uno stop. Un fenomeno apparentemente immutabile, se si considera che a livello aggregato il tasso di attività è rimasto fermo dal 1990 ad oggi, che colpisce soprattutto il Sud e le isole, dove più di una donna su due (il 58%) è inattiva, mentre al Nord tre su dieci. Nella fascia di età 30-69 anni le donne inattive sono in stragrande maggioranza casalinghe a tempo pieno (4,5 milioni), per scelta o obbligate, come conseguenza di scoraggiamento per le barriere all’ingresso e al reingresso nel mercato del lavoro. E poi pensionate (2,5 milioni, tra pensioni di anzianità, sociali e di invalidità), con una prospettiva della terza età più incerta degli uomini, a causa di pensioni inferiori, raggiunte in età più giovane. Il tasso di inattività femminile è fortemente legato all’età: dal 70,6% delle donne attive tra i 35 e i 44 anni si scende al 47,4% tra i 55 e i 64 anni. I numeri ermergono da «Le isole delle donne inattive», il recente rapporto di Randstad Research, il centro di ricerca sul futuro del lavoro promosso da Randstad.

«La fragilità del nostro capitale sociale in termini di parità di genere si riflette nel mancato utilizzo del potenziale femminile per una società più produttiva e integrata – spiega Daniele Fano, coordinatore del Comitato Scientifico Randstad Research – Secondo i dati forniti dai ministeri dell’Istruzione e dell’Università le donne hanno risultati superiori agli uomini negli studi secondari e post secondari ma poi non rilanciano la loro professionalità. Il Pnrr contiene provvedimenti importanti, ma per invertire questa tendenza occorrono moltiplicatori degli interventi. Per favorire la partecipazione al lavoro delle troppe donne inattive, l’Italia deve investire nella creazione di asili nido e rafforzare congedi parentali, puntare sulla formazione continua e politiche attive che sviluppino il capitale sociale delle donne, agire sulla parità salariale per rendere il lavoro femminile più attrattivo e, insieme, insegnare il ‘rispetto di genere’ per ridurre gli stereotipi nelle generazioni future».

Child penalty. La scelta di non lavorare e di non cercare lavoro per occuparsi della famiglia e dei figli ha motivazioni pratiche in un paese come l’Italia, privo di una solida infrastruttura di servizi all’infanzia, come di un’adeguata copertura di congedi retribuiti per le madri. Le donne sono vittime dell’effetto che l’Istat chiama “child penalty”: nel 2020, nel mezzo della pandemia, su 42.000 genitori di bambini tra gli 0 e i 3 anni che si sono dimessi, nel 77% dei casi erano donne. Nello stesso anno una donna su quattro ha pensato di abbandonare il lavoro, contro l’uno su cinque degli uomini. Istruzione e formazione. Le differenze di genere si accentuano dopo gli studi secondari. Nonostante il numero di ragazze laureate sia aumentato sempre di più negli ultimi 20 anni, con il 58,7% dei laureati donna, le studentesse tendono ancora a scegliere in maggior numero corsi di laurea con più bassi tassi di impiego e che assicurano occupazioni meno remunerative. E’ composto da donne il 92,7% dei laureati in educazione e formazione e l’84,5% del linguistico, ma solo il 15% di informatica, il 25,4% di ingegneria industriale e dell’informazione. I livelli di competenze matematiche delle donne sono inferiori rispetto agli uomini, anche per una preferenza a percorsi meno tecnici. In ogni caso, la condizione di inattività si associa maggiormente a titoli di studio più bassi. L’8,4% delle donne inattive è laureata, il 41,5% di chi ha solo la licenzia media, invece, è inattiva. L’Italia, inoltre, è un po’ più debole per quanto riguarda la formazione continua sia negli ambienti di lavoro, sia per i disoccupati che per gli inattivi, per i quali invece altri paesi, a cominciare dalla Svezia, hanno programmi specificamente indirizzati alle donne.

Le possibili soluzioni. In un paese in cui la spesa pubblica in asili nido è solo lo 0,08% del Pil, tra le più basse d’Europa, l’investimento da 4,6 miliardi di euro previsto dal PNRR per aumentare di quasi 265 mila posti i servizi della prima infanzia va nella giusta direzione. Ma per completare lo sforzo, servirebbero congedi parentali meglio distribuiti e un sistema fiscale che non penalizzi il lavoro del secondo lavoratore della famiglia. L’uguaglianza di genere nella cura dei bambini può essere promossa attraverso il diritto individuale a un congedo non trasferibile, ben remunerato e di uguale durata per donne e uomini. Un altro ambito in cui investire è quello della formazione. Anche perché, sempre secondo i dati Miur, per le donne, il livello di istruzione sembra avere un’importanza particolarmente alta, più che per gli uomini, a discapito dell’esperienza e di altri fattori che possono contribuire all’occupabilità. Le disparità di salario. L’Italia è al 114 posto su 156 paesi per opportunità e partecipazione economica delle donne nella classifica del World Economic Forum sul gender gap del 2019, peggior paese d’Europa e inferiori anche alla media dell’Asia Centrale. Bisogna agire sulla parità salariale per rendere il lavoro femminile più attrattivo e per diminuire il gender pay gap. Tra i 55 e i 64 anni la differenza media di salario è quasi del 9%, con i livelli maggiori soprattutto tra gli esperti Ict. Ma il gap di genere delle retribuzioni non è dovuto soltanto ad una disparità di entrate: le donne guadagnano meno anche perché lavorano meno, hanno più contratti instabili, più part-time forzati, fanno meno carriera e vanno in pensione prima. Occupazione, fertilità e welfare sono grandezze che sembrano manifestare un collegamento, crescono o decrescono in gruppo. Per migliorare la situazione italiana, è necessario agire su questi fronti in maniera congiunta.

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