Lo Smart Working tra presente e futuro

Nov 10, 2021

Lo studio di di Radical Hr Club dimostra che gli Human resources sono al centro della trasformazione del lavoro. Il dato è chioaro; le aziende in cui non è possibile fare lavoro agile stanno perdendo la battaglia dei talenti
di Redazione

smart workingFotografare la situazione attuale dello smart working, capire come si evolverà nel 2022. Ma anche come si è sviluppato rispetto a prima della pandemia, quali sono i lati positivi e negativi di questa trasformazione, quali le aziende in cui si fa più smart eorking, quali invece sono rimaste indietro e che ruolo hanno gli Human resources in questo processo. E’ questo l’obiettivo della ricerca «Smart Working Italia 2021 – scenari presenti e futuri», di Radical Hr Club. Per raggiungere l’obiettivo sono stati intervistati oltre 600 Hr in tutta Italia e raccolti i commenti di alcuni Hr expert: Federico Vigorelli Porro, HR Agile Coach e Innovation Manager; Alessandra Lupinacci, Career Trainer per studenti e neolaureati e HR Advisor; Edoardo Binda Zane, Communication Trainer e Leadership Coach; Matteo Sola, coordinatore del master in Digital HR di Talent Garden e partner di Kopernicana; Giulio Beronia, Generational Workforce Strategist. Dal rapporto emerge che la pandemia ha dato una netta accelerata allo Smart Working, prima era possibile fare Smart Working solo nel 47 per cento delle aziende mentre oggi è realtà per quasi il 90% di esse. La figura dell’HR è al centro di questo processo di trasformazione del lavoro: 7 HR su 10 hanno guidato la scelta dello smart working in tutti i tipi di aziende – grandi, medie e piccole.

Un lavoratore su quattro è libero di scegliere dove lavorare, ma scegliere liberamente può rivelarsi un’arma a doppio taglio: da una parte si responsabilizzano le persone dimostrando fiducia, dall’altra parte alcune persone tenderanno a isolarsi, a evitare il confronto (e in alcuni casi il conflitto) con gli altri membri del team. Tra i lati positivi del lavoro agile c’è il miglioramento della produttività e del work life balance, oltre a un’occasione di crescita costante per manager e persone, mentre tra gli aspetti negativi si trova isolamento, la mancanza di comunicazione e tentativo di controllo da parte dei manager. Emerge così il ruolo centrale degli Hr che devono progettare programmi di formazione per lavorare bene in Smart Working e ripensare l’employee experience. Senza formazione e cura, le persone si allontaneranno dall’azienda. Per quanto riguarda il rapporto aziende – Smart Working, i dati migliori si registrano nel Centro Italia, in cui è possibile fare smart working nel 91% delle aziende, contro l’88% del Nord. Purtroppo rimane indietro il Sud, in cui solo nel 64% delle aziende è possibile fare smart working. Nel 12% delle aziende non è ancora possibile fare smart working.

Nelle aziende in cui non si applica lo smart working, il 77% degli Hr non è stato interpellato o ascoltato, ovvero non ha avuto un impatto sulla scelta della leadership. I motivi sono principalmente legati alla mancanza di fiducia nei confronti delle persone e ad una cultura del controllo e dell’orario e non degli obiettivi. «I dati confortanti sono che il 90 per cento delle aziende rispondenti fa Smart Working – spiega Alessandro Rimassa –  fondatore di Radical Hr Club, cofondatore di Talent Garden Innovation School, tra i massimi esperti italiani di future of work: dando anche completa libertà e autonomia nella scelta e quasi 7 Hr su 10 hanno guidato questa trasformazione. Il dato meno confortante è che c’è ancora il 35% di HR che non viene ascoltato, ci sono tante aziende in cui la leadership è ancorata a schemi di pensiero vecchi e retrogradi. Ci sono aziende che perdono i talenti per la mancanza di fiducia nelle persone». Le aziende in cui non è possibile fare smart working stanno perdendo la battaglia dei talenti, per ora il ruolo degli Hr conta ancora troppo poco nelle piccole aziende, che poi sono la maggior parte del tessuto produttivo italiano: in quel caso in 4 aziende su 10 HR non ha guidato il passaggio verso lo Smart Working, il che mette a rischio a capacità di attrazione e retention dei talenti e, di conseguenza, la tenuta stessa delle piccole aziende. L’Harvard Business Review l’ha denominata «The Great Resignation», ovvero l’onda di dimissioni delle persone che non vogliono più lavorare alle condizioni di lavoro delle loro aziende. In Italia sta accadendo lo stesso, ci sono tante persone che si dimettono dalle aziende in cui non c’è flessibilità e libertà di organizzarsi. I recruiter raccontano che senza smart working non solo si licenziano tante persone, ma capita sempre più spesso che vengano anche rifiutate tante offerte.

Lo studio dimostra che lo smart working è qui per restare come parte integrante del future of work, ma per adeguarsi alla trasformazione e non perdere capacità di attrazione serve un cambiamento di mindset della leadership e delle persone, più responsabilità, più work life balance e più attenzione al raggiungimento degli obiettivi. «In questa ricerca – conclude Rimassa – abbiamo usato l’espressione Smart Working intendendo tutte le forme di lavoro non in ufficio (home, distributed o remote working). Se avessimo chiesto quante aziende lavorano davvero per obiettivi senza vincoli di tempo e luogo sono certo che i numeri sarebbero stati molto più bassi. Ma gli Hr lo sanno, e sanno anche che il vero Smart Working è lontano dalla realtà che viviamo ma al tempo stesso raggiungibile: con una nuova cultura aziendale, basata su fiducia, trasparenza e condivisione degli obiettivi».

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