«Senza i lavoratori e le lavoratrici non c’è impresa»

Mag 11, 2020

C’era un mondo prima del Covid-19 con troppe disparità. Ne serve un altro, più equo. Che metta al centro il lavoro è il suo valore. E dove lo Stato ricominci a interessarsi di politica industriale, intervenendo con incentivi pubblici per orientare il processo di trasformazione economica.
di Alfonso Vannaroni

senza i lavoratori e le lavoratrici non c'è impresaNulla sarà come prima, si dice da più parti. Ma affinché nulla sia come prima, serve il coraggio di cambiare. «È il momento giusto, dice Roberto Di Francesco, Segretario regionale Uil Lazio – Serve un progetto che ribalti i processi consolidati degli ultimi venti anni, per crearne di nuovi». La pandemia ha evidenziato criticità già conosciute nel mondo sindacale. «Pensiamo – spiega il Segretario – allo svilimento del lavoro e del suo valore, trasformato sempre più in precariato senza orizzonti e bassi salari». E che dire dei dispositivi di protezione individuali ancora oggi merce rara?  Di Francesco è un fiume in piena: tornare a investire sulla sanità pubblica, sulle infrastrutture. E poi ancora: «Senza i lavoratori non c’è impresa». Sono tanti i tasselli del puzzle che insieme dovrebbero consigliare la nascita di una nuova politica industriale del Paese.

Ripartire facendo tesoro degli errori passati, cambiando. Come? «Le mascherine sono un esempio, la punta di un iceberg, che indica però le limitatissime ricadute della politica industriale del nostro Paese sui cittadini. Sono processi consolidati nel nuovo millennio, che adesso vanno ribaltati. Pensiamo se ci fossero state aziende in grado di produrre questi come altri dispositivi di sicurezza. Pensiamo poi ai respiratori, necessari per le terapie intensive. Diciamocelo con franchezza: inizialmente siamo stati molto fragili e abbiamo pagato un prezzo elevatissimo, soprattutto in termini di vite umane. Soltanto gli sforzi degli operatori della sanità pubblica, settore che negli anni ha visto sempre meno investimenti, hanno contenuto ulteriori danni. Non perdiamo di vista questo, quando tutto sarà finito. Ma torniamo alla politica industriale».

Lei parla di ribaltare concetti consolidati «Sì, con questo intendo dire che lo Stato ha voltato le spalle, ha lasciato fare al mercato, ha dimenticato con facilità le fallimentari politiche di Reagan e della Thatcher dello scorso secolo. Lo Stato ha pensato che la globalizzazione fosse sinonimo di benessere per tutti, invece lo è stata per pochi. Di certo non per milioni di lavoratori e lavoratrici del vecchio continente, perché il valore del lavoro è stato svilito, trasformato in precariato e bassi salari. Adesso è il momento giusto per cambiare rotta: lo Stato deve ricominciare a interessarsi di politica industriale, deve intervenire con incentivi pubblici per orientare il processo di trasformazione economica. Si studia il boom degli anni sessanta, ma spesso si dimentica che in quel particolare momento di ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale fu proprio lo Stato a guidare la crescita, tanto in Italia quanto negli altri Paesi sconfitti. C’era un mondo prima del Covid 19 con le sue disparità, adesso ne deve nascere un altro, più equo».

Lo Stato nell’economia, così fa sobbalzare Confindustria e i suoi vertici? «Che lo facciano pure, dopo un po’ si stancheranno. L’importante è che capiscano che nulla sarà più come prima.  Deve essere chiaro che non esiste soltanto il profitto. L’idea che senza impresa non ci sia lavoro va cambiata con questa: senza lavoratori e lavoratrici non c’è impresa. Spazio quindi alla centralità del lavoro. Arriveranno gli aiuti economici. Bene, noi diciamo basta alle risorse distribuite a pioggia ai soliti noti, perché l’esperienza ha dimostrato che non esistono benefattori disposti a creare lavoro e ricchezza, tutt’altro: come in una foresta di grandi alberi dalla chioma folta e rigogliosa hanno ricevuto tanto, drenato quasi tutte le risorse e rilasciato molto poco. Prova ne è lo scarso benessere della collettività, di una buona parte della popolazione italiana».

Agire quindi sulle cause delle diseguaglianze «Sì, lo Stato e le Regioni devono tornare a investire nelle aziende pubbliche, che siano centrali o locali: va poi finanziata la sanità pubblica, perché se qualcuno lo aveva nel tempo dimenticato, la pandemia ha dimostrato più che mai che la sanità è un bene comune. Si deve investire poi sui trasporti, sulle infrastrutture, va rilanciata una volta per tutte la nostra compagnia di bandiera, Alitalia. Vanno individuati i settori strategici e poi finanziati, puntando con coraggio su innovazione, ricerca e sviluppo. Ma lo Stato deve fare anche di più: potrebbe entrare ad esempio nelle govenance delle aziende strategiche».

Facciamo un esempio con il Lazio. Frosinone e Rieti sono aree industriali di crisi complessa. Gli altri territori della regione hanno criticità radicate. Come muoversi? «Nel Lazio i settori fondamentali sono il cine e l’audiovisivo, il turismo e la cultura, l’automotive, il commercio, la farmaceutica. E’ su queste direttrici che deve svilupparsi il futuro. La nuova politica industriale e di sviluppo che immaginiamo dovrà ancorare gli investimenti pubblici a tre condizioni imprescindibili: mantenimento dei livelli occupazionali, contrasto alla delocalizzazione e garanzia di riconversione ecologica nel rispetto dell’ambiente. Come farlo? C’è un ente in questa regione, si chiama Invest in Lazio, iniziamo a cambiare la sua natura da struttura che attrae investimenti ad agenzia con il compito di programmarli e poi eventualmente attuarli direttamente. Osiamo, cambiare rotta dopo la questa pandemia è un obbligo».

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