domenica, Aprile 21

Autonomia differenziata. Ovvero un Paese a doppia velocità


Il rischio è sempre più concreto: le regioni più ricche lo saranno ancor di più. Quelle povere aumenteranno le loro indigenze

di Paolo Dominici, Segretario regionale Uil Lazio

Autonomia differenziataAutonomia differenziata. Il destino è segnato, il ministro per gli Affari Regionali ha confermato che sono state ufficialmente ricevute richieste dal Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria e Marche. La vicenda andrebbe affrontata con estrema cautela, trattandosi di una riforma che rischia di dar vita a una vera e propria secessione della parte più ricca del paese a discapito delle regioni del centro sud, con effetti ancor più devastanti degli attuali per i servizi pubblici e la sanità nazionale. Il risultato sarà che le regioni che hanno più risorse ne otterranno ancora di più, e le otterranno prima che si decida a livello nazionale cosa serva fare per quelle che invece hanno di meno. Una secessione de facto che raggiunge l’obiettivo di sempre della Lega Nord – oggi soltanto Lega per strappare voti nel meridione italiano – cioè l’autonomia territoriale. Ma andiamo con ordine.

Il nuovo regime prevede che ulteriori materie legislative rispetto alle attuali – tra le aggiunte si annoverano, appunto, sanità, istruzione, tutela dell’ambiente – vengano date in gestione esclusiva alle regioni Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, sottraendole a quella congiunta dello Stato.  Questa rivoluzione federalistica comporterà che i servizi pubblici non saranno uguali su tutto il territorio nazionale, ma dipendenti, piuttosto, dal gettito fiscale delle regioni. Infatti, la compartecipazione al gettito maturato nel territorio regionale dell’imposta sui redditi e di eventuali altri tributi erariali – come recita il testo su cui il governo ha trovato l’accordo – servirà a finanziare le competenze aggiuntive chieste dalle Regioni. Nei primi anni ciò avverrà in base alla spesa storica, cioè quella che oggi lo Stato sostiene sul territorio per le stesse funzioni. Un esempio, tra gli altri: oggi lo Stato spende in Lombardia 5,6 miliardi per la scuola: ebbene, se tutto il pacchetto istruzione sarà assegnato alla Regione, dovrà essere accompagnato da 5,6 miliardi di Irpef-Iva compartecipata.

Entro un massimo di cinque anni, bisognerà passare ai fabbisogni standard. Una serie di decreti di Palazzo Chigi, dopo un lavoro tecnico che si annuncia complesso, dovrà individuare il costo efficiente delle funzioni assegnate a ogni regione. Il finanziamento garantirà quel costo. Sul punto, dovrebbe essere saltata l’ipotesi più audace, chiesta in particolare da Lombardia e Veneto, quella di parametrare gli standard alla capacità fiscale di ogni territorio. In pratica, le regioni più ricche avrebbero avuto diritto a standard di spesa più generosi, e quindi a livelli di servizio maggiori. Ma il meccanismo, com’era ampiamente prevedibile, nel testo non c’è più. E la sua assenza è stata determinante per far accendere il semaforo verde al ministero dell’Economia.

Al suo posto c’è però un’altra clausola che potrebbe aumentare le risorse garantite alle regioni del Nord. Se entro tre anni non saranno individuati i fabbisogni standard, ipotesi non di scuola, il totale delle risorse assegnate per le nuove funzioni non potrà essere inferiore al valore medio nazionale pro-capite della spesa statale per l’esercizio delle stesse funzioni. E dal momento che al Nord la spesa pro capite per molti servizi pubblici è inferiore alla media nazionale, da lì potrebbe arrivare una compartecipazione più ricca. In definitiva, il quadro che verrebbe fuori sarebbe quello non più di un’Italia a doppia velocità piuttosto quella di un Paese realmente spaccato a metà in senso orizzontale. Dal Lazio in giù, certo, i servizi oggetto della revisione normativa regionalista non sparirebbero. Subirebbero però indubbiamente una sostanziale contrazione in termini di qualità.

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